Indipendentemente da come andranno i risultati dei prossimi ballottaggi, rimane un dato politico su cui bisognerà riflettere dal giorno dopo le battaglie di Milano e Napoli: e questo dato rappresenta la chiave interpretativa sul futuro del centrodestra italiano, molto di più della questione sulla tenuta del governo e della maggioranza. Il dato politico è il costante ed inesorabile liquefarsi del Pdl; un processo di disidratazione che non è certo imputabile all’arrivo del primo sole estivo. La sconfitta elettorale del centrodestra rischia di passare in secondo piano rispetto al peso storico che potrebbe avere l’implodere definitivo del partito dopo le elezioni. I segnali ci sono tutti e da molto tempo.
L’esempio più tragicomico è avvenuto proprio nel Lazio, dove il sindaco di Roma Alemanno, uno degli uomini forti del Pdl, ha appoggiato i candidati della lista della governatrice Polverini (eletta con i voti del Pdl) contro i candidati del Pdl. Risultato: in importanti città dove il centrodestra poteva vincere al primo turno, andranno al ballottaggio due candidati di centrodestra. Alemanno ha spiegato che questo è il nuovo laboratorio politico del Lazio. Ma più che un laboratorio sembra un manicomio.
La realtà è che da tempo il Pdl è fuori controllo, sottoposto a conflitti, defezioni, ricatti, fratture e inadeguatezze che, con ogni probabilità, aumenteranno nelle prossime settimane facendo emergere con forza l’errore strategico di chi ha sottovalutato l’importanza del partito come spazio necessario alla mediazione e alla ricerca del consenso.
I teorici del “partito leggero”, coloro che l’hanno voluto privo di reale organizzazione, fragile nella capacità di radicamento e incoerente in quella decisionale, l’hanno costruito come una struttura cava, vuota, funzionale ad essere comitato elettorale nei periodi di guerra (elezioni) e comitato d’interessi nei periodi di pace
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La realtà è che un partito non può essere leggero perché la sua funzione è troppo importante negli equilibri di una moderna democrazia: serve ad attrarre e selezionare classe dirigente, ad intercettare la frammentazione sociale riconducendola ad interessi coerenti di categorie o gruppi di cittadini, a radicare nel territorio aree di consenso, a orientare l’attività del governo accorciando la distanza tra politica e società civile. Per riuscire in questo, un partito moderno ha bisogno di democrazia interna, strutture, regole chiare, gerarchie non imposte, pluralismo, capacità di presenza territoriale. Esattamente tutto ciò che non ha il Pdl.
In questi quindici anni il tratto identificativo della grande intuizione berlusconiana è stato la nascita del sistema bipolare, e con esso di una democrazia finalmente matura, capace di sintetizzare nella dimensione politica la complessità di un paese non più rappresentato dai vecchi partiti ideologici. Fu all’interno di questo bisogno di bipolarismo che nacquero le visioni liberali di uomini come Martino o Pera (oggi non a caso relegati ai margini del Pdl dai nuovi padroni del vapore berlusconiano), i percorsi identitari della nuova destra italiana o quelli riformisti che a tratti, a sinistra, hanno cercato di percorrere. Il Pdl intuito dal Cavaliere doveva essere lo strumento per trainare l’Italia dentro un bipolarismo completo, che sconfiggesse la logica perversa del pro o contro Berlusconi. Non essere riuscito in questo è stato il più grave errore suo e della sua classe dirigente. L’epopea berlusconiana non finirà per mano giudiziaria o per complotti mediatici. Ma può finire se questo sistema bipolare dovesse esplodere, riportando l’Italia dentro il pantano politico di una frammentazione di piccoli ed egoistici partiti. Questo sarebbe l’esito più grave della fine del Pdl.
© Il Tempo, 23 Maggio 2011