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Sono chiamate le Big Three: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings. Le tre temutissime agenzie di rating le cui valutazioni aleggiano, come le trombe del Giudizio Universale, sulla vita delle aziende quotate e soprattutto degli Stati. Si, perché le Big Three sono le sole, tra le tante agenzie di rating del mondo, a cui è concessa la valutazione dei titoli obbligazionari emessi dagli Stati ed il cui parere è ritenuto “rilevante” dagli investitori privati e istituzionali. L’idea che l’economia di una nazione, la politica del suo governo, la stabilità sociale interna vengano sottoposte al giudizio di società private (e, di fatto, sempre più da queste dipendano), rende problematica la funzione di “trasparenza” che le agenzie di rating dovrebbero svolgere e che era alla base della loro nascita oltre un secolo fa. Perché il mercato sia trasparente dev’essere trasparente il giudizio su di esso.
Il rating nasce all’alba del capitalismo finanziario americano, quando, nel volgere finale della Guerra Civile, il paese si animò di spirito d’impresa e Wall Street divenne sempre più uno spazio di eccitazione affaristica. Nel 1860, nell’America dei pionieri, dove la ferrovia rappresentava il segno della nascita potente e impetuosa della nazione americana e della sua prima industrializzazione, Henry Varnum Poor, un imprenditore con il fiuto degli affari e con la passione per le analisi economiche, pubblicò la sua “Storia Finanziaria delle Ferrovie Americane”, che divenne il primo studio articolato sullo stato finanziario e societario delle compagnie ferroviarie statunitensi. La cosa ebbe successo tanto che Henry Varnum aggiornò le sue analisi annualmente, a vantaggio degli investitori americani ed europei, e poi, nel 1868, fondò con il figlio Henry William la “HV & HW Poor”, la società che avrebbe preceduto l’attuale Standard & Poor. Henry Varnum morì nel gennaio del 1905, alla considerevole età di 92 anni, a seguito di una scivolata sul ghiaccio. L’uomo che sarebbe passato alla storia come il fondatore della prima società finalizzata a evitare di “scivolare” sugli investimenti, moriva così, ricordato con un trafiletto di 18 righe striminzite sul New York Times.
Ma ormai l’esigenza di garantire trasparenza agli investimenti finanziari era divenuta essenziale nel mondo degli affari. E così, nel 1900 John Moody, un giornalista finanziario di grande talento, ebbe l’idea geniale di pubblicare il “Manual of Industrial and Miscellaneous Securities”,  dove raccolse tutte le informazioni sulla proprietà, la capitalizzazione e il management di società finanziarie, agenzie governative e industrie. Nel 1903 il suo manuale era diffuso in tutti gli Stati Uniti e rappresentava il vademecum per chiunque volesse avere informazioni necessarie agli investimenti. Costretto a cedere il suo business nel 1907 a causa del crollo del mercato che coinvolse anche la sua attività, solo due anni dopo si ripresentò con l’idea definitiva e vincente, partendo dalle valutazioni di bilancio di 200 compagnie ferroviarie: affiancare alle informazioni anche i giudizi sulla qualità dell’investimento, utilizzando lo stesso sistema di lettere già utilizzato dal sistema creditizio mercantile americano fin dal 1800. Il successo fu immediato, tanto che pochi anni dopo la società da lui fondata ampliava la sua base di analisi finanziaria alle industrie e alla società di servizi, per arrivare, nel 1914 (lo stesso anno in cui John Fitch fondava la terza Big), ad allargare il giudizio ai bonds emessi dalle istituzioni pubbliche Usa. Nel 1924 le analisi finanziarie di Moody’s coprivano già il cento per cento del mercato obbligazionario americano.
Nel corso degli anni, con il crescere del potere finanziario negli equilibri economici e politici del mondo, le agenzie di rating hanno aumentato la loro influenza e la loro capacità di condizionamento dei mercati. Lo sanno governi ed istituzioni che oggi si affannano a inviare giudizi fulminanti su di esse denunciando l’aspetto speculativo generato dai loro ratings, soprattutto in tempi in cui la speculazione tiene sotto scacco le economie di mezzo mondo. Il mese scorso fu José Barroso, il Presidente della Commissione Europea, a lanciare l’anatema contro Moody’s dopo il declassamento del debito portoghese, oggi è Barack Obama a inveire contro Standard & Poor’s per la bocciatura americana. Eppure, le accuse che di volta in volta vengono loro rivolte sono spesso contraddittorie: ad esempio, quella di muoversi “come le anatre selvatiche”, sempre in gruppo, concordando promozioni e declassamenti, come ha scritto Liberation qualche settimana fa, è stata clamorosamente smentita dal recente downgrading del debito sovrano Usa, avanzato da un’agenzia pochi giorni dopo che le altre due avevano confermato la tripla A. Oppure, l’accusa di non aver lanciato in tempo l’allarme sulla bolla speculativa del mercato immobiliare americano a causa dell’eccessiva vicinanza che esse avevano con alcune delle istituzioni finanziare esposte (che ha spinto la Commissione d’Inchiesta americana a definire le agenzie di rating “attivatori chiave della crisi”), è stata recentemente confutata da Ian Bremmer, su Foreign Policy, che ha affermato che se l’avessero fatto, il mercato e l’economia americana avrebbero subito perdite ben più gravi. La verità è che le agenzie di rating diventano strumenti di condizionamento quando la politica è debole, le leadership inefficaci e lo spazio della sovranità sempre più  occupato dalle grandi burocrazie senza volto e dalla speculazione finanziaria.
Il grande giornalista Thomas Friedman, nel 1996, parlando di una delle agenzie di rating più importanti, ha detto: “Ci sono due superpotenze nel mondo oggi. Gli Stati Uniti e Moody’s. Gli Stati Uniti possono distruggerti sganciando bombe. Moody’ può distruggerti retrocedendo il rating dei tuoi bonds. E credetemi, non è chiaro chi dei due ha più potere”. Oggi è chiaro: le Big Three.

© Il Tempo 10 Agosto 2011
Imagine: Paul Strand, Wall Street, 1915