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Quando, nel giugno scorso a Vienna, George Soros ha annunciato come “probabilmente inevitabile” l’uscita dall’euro dei paesi più deboli, gli osservatori più attenti non ne sono stati molto sorpresi. Soros, presidente del Soros Fund Management, con un asset di oltre 25 miliardi di dollari, è uno di quelli che quando parla, smuove le montagne; soprattutto quelle di denaro. In quella occasione, l’ottantenne finanziere di origine ungherese ha affermato che la crisi dell’euro determinerà la crisi dell’Europa e ha sollecitato i governi europei a individuare un “Piano B” per scongiurare la fine politica dell’Unione, “la cui sopravvivenza è vitale per tutti noi”. Appunto, la sopravvivenza. Alla finanza speculativa occorre che governi ed istituzioni siano deboli, vulnerabili e fondamentalmente incapaci di attuare reali riforme che riconsegnerebbero autorità alla politica. Non devono morire, devono semplicemente sopravvivere.
Qualche giorno fa Soros, si è scagliato contro il governo tedesco con giudizi netti e tranchant, del tutto inusuali per un predatore della finanza. Ha attribuito alla Merkel e alle posizioni tedesche assunte durante la crisi del 2008 l’attuale difficoltà dell’euro, e ha avvertito che se la Germania non si farà carico dei debiti sovrani dei paesi più deboli, i programmi di salvataggio si allargheranno a breve anche a Spagna e Italia e, come conseguenza, la Germania e la Francia subiranno lo stesso downgrading subito dagli Stati Uniti.
Apparentemente il suo intervento è sembrato un appello, cuore in mano, in difesa della stabilità finanziaria. Ma non è così. Soros deve la sua ricchezza e il suo potere proprio alla capacità di creare e alimentare le più devastanti destabilizzazioni finanziarie degli ultimi 20 anni: a partire dalla crisi del 1992, quando le sue vendite allo scoperto di 10 miliardi di dollari in sterline costrinsero la Gran Bretagna a svalutare la sua moneta fino ad uscire dallo Sme (il Sistema monetario europeo), colpendo subito dopo la lira e il franco francese e determinando danni ingenti alle riserve monetarie dei paesi. Fu in quel mercoledì nero che Soros divenne “l’uomo che distrusse la Banca d’Inghilterra”. Ecco perché il suo appello è poco credibile. Sembra un modo per scaricare su altri i sospetti che gravano su di lui.
Già nel 2000, in un’intervista alla BBC, aveva annunciato che la prossima crisi finanziaria mondiale, non avrebbe avuto come epicentro la periferia (come nel caso della crisi asiatica del 1997, dove la sua mano generò il deprezzamento delle monete malesi e thailandesi), ma il sistema di relazioni delle più importanti economie del mondo. Insomma, si stava preparando.
Il Wall Street Journal, in un articolo casualmente ignorato in Europa, ha rivelato che l’8 febbraio scorso, in un grattacielo di Manhattan, si è riunito un gruppo ristrettissimo di finanzieri dei più importanti fondi speculativi mondiali, per un “idea dinner”, organizzato dalla Monness Crespi and Hardt, una di quelle banche “boutique” che assomigliano più a club esclusivi che a vere banche d’affari; tra i partecipanti c’erano David Einhorn di Greenlight Capital (colui che affondò con i suoi attacchi speculativi Lehman Brothers nel 2008) e ovviamente anche il nostro Soros. Le idee uscite da quella cena furono: sferrare l’attacco definitivo all’euro partendo dal lato più debole (Grecia, Portogallo, Spagna e Italia) e portare a casa il massimo guadagno possibile, sfruttando l’azione pilotata di agenzie di rating (ma guarda un po’) e l’effetto-panico di strumenti derivati ad altissimo tasso speculativo come i Cds (Credit default swaps), di cui sono pieni i portafogli di Soros e dei suoi amici. Solo casualmente ricordiamo che, un anno fa, proprio il governo tedesco ha limitato l’uso di questi strumenti.
Non solo, ma il collocamento di queste scommesse contro l’euro sarebbe stato garantito da un gruppo di banche (tra cui Goldman Sachs, Merrill Lynch e Barclays): le stesse che, in un articolo del dicembre 2010, Eugenio Scalfari identificava come quelle che volevano spaccare l’Europa monetaria in due.
Soros è lo speculatore più amato dalla sinistra mondiale. E non solo perché è tra i maggiori finanziatori di Obama, o per le sue battaglie filantropiche a favore di droga libera ed eutanasia. Ma per la sua visione economica che portò l’Università di Bologna a conferirgli una laurea honoris causa nel 1995, relatore il suo amico Romano Prodi. Fu Soros infatti, ad affermare che “il fondamentalismo del mercato ora è più pericoloso del comunismo” e che i mercati non possono risolvere i problemi senza una regolamentazione da parte dei governi. Eppure recentemente quando la cosiddetta legge Dodd-Frank ha imposto, ai fondi che gestiscono capitali esterni, di registrarsi al Sec (la Consob americana), Soros non ha esitato a liquidare i suoi clienti e trasformare il suo Soros Fund in un fondo familiare per aggirare la normativa. Perché, per Soros, i governi devono regolare il mercato, ma quello degli altri.
Soros è la figura che ci aiuta a capire l’essenza di questa crisi mondiale che sta rischiando di spazzare via economie, paesi e persino l’Europa costruita furbescamente solo su una semplice monetina. I destini dei popoli sono nelle sue mani, più che in quelle di deboli leadership politiche. E l’avvertimento più lucido sugli effetti devastanti messi in atto dal potere finanziario, lo lanciò, 80 anni fa, non un economista, ma un papa, Pio XI, che nella Quadragesimo Anno, scrisse: “Nel nostro tempo è ormai evidente che la ricchezza e un immenso potere sono concentrati nelle mani di pochi uomini. Questo potere è irresistibile se esercitato da coloro che controllano e comandano la moneta (…). Loro hanno potere sull’intimo del sistema produttivo, così che nessuno può azzardare un respiro contro la loro volontà”. Era il 1931 e George Soros aveva 1 anno.

Il Tempo, 17 Agosto 2011 (pubblicato con il titolo Finanza e governi deboli)
Immagine: Jean-Michel Basquiat, Il Profitto, 1982