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Roma, via XX Settembre, Ministero dell’Economia. Il telefono sulla scrivania nell’ufficio all’ultimo piano squillò. Il Ministro si alzò di scatto dal tavolo adiacente dove si trovava in riunione da giorni dopo la proclamazione dello stato di emergenza. Dall’altra parte la voce della sua segretaria: “Ministro, la persona che aspettava è arrivata”. “Lo faccia entvave subito” fu la sua risposta secca. La porta in fondo all’enorme stanza ministeriale si aprì ed entrò un uomo, alto, di mezza età, vestito elegante; con passo deciso si avvicinò alla scrivania dove il Ministro lo attendeva in piedi. Nella stanza scese un silenzio gelido e timoroso. Alcuni collaboratori, conoscendo quel misterioso individuo, si illuminarono scambiandosi sguardi di complicità; altri si guardarono intorno con fare interrogativo. Giunto vicino al Ministro, l’uomo si tolse gli occhiali scuri svelando due occhi di ghiaccio profondi come lame e, senza convenevoli né strette di mano, si presentò: “Mi chiamo Bond”. Uno dei collaboratori del Ministro sciolse la tensione di quei giorni e di quella strana apparizione, con la domanda più stupida: “Ma chi, James?”. Il Ministro alzò gli occhi al cielo rassegnato. L’uomo misterioso inclinò lentamente la testa e, fulminandolo con le lame di ghiaccio, sibila: “No, imbecille, il mio nome è Euro. Mi chiamo Euro Bond e sono qui per risolvere il vostro problema”. “Piaceve di conoscevla signov Bond”, intervenne il Ministro, “un amico comune mi ha pavlato di lei”. “Ho pochi amici” rispose Bond. “Mi riferisco al nostvo Geovge Sovos”, continuò il ministro. “Chi?” chiese Bond con una smorfia di incomprensione. “Geovge Sovos, è lui che ha sponsovizzato il suo nome e ha fatto pvessione affinché affidassimo a lei questa missione impossibile”. “Ah, ho capito. George Soros, con la erre. Non è mio amico. Sono solo un suo risolutore. Mi sorprende piuttosto che sia suo amico”. Il Ministro abbassò lo sguardo “Diciamo che ovmai molti di noi sono obbligati ad esseve suoi amici”.
“Veniamo al sodo, Ministro: io non accetto intromissioni nella mia azione. Voglio carta bianca e…licenza di uccidere”. “Uccideve?”, il Ministro deglutì a fatica e poi balbettò “Uccideve chi?”. Euro Bond si avvicinò alla finestra senza rispondere e si accese una sigaretta. La tensione nella stanza salì. Il Ministro, spazientito, domandò più forte: “Uccideve chi?”. Euro Bond si girò perforandolo con lo sguardo, e accennando un sorriso diabolico sibilò: “Ovvio, l’Europa”.

Il racconto potrebbe essere vero. Magari riportato da un testimone presente alla scena, o raccolto attraverso una microspia nascosta. E anche se vero non è (come molti di voi pensano) ci da il senso della follia tragicomica che attraversa l’Europa e i suoi governanti da ormai troppo tempo: l’idea, sposata in pieno anche da Tremonti, che per salvare l’euro e rilanciare le economie del vecchio continente occorra costruire il solito sistema fondato su un debito pubblico (ora comunitario), attraverso l’ennesimo imbroglio speculativo che stavolta si chiama eurobond. Un nuovo sicario che si aggira per l’Europa con lo scopo di eliminare ciò che resta della sovranità degli stati e consegnarla ai banchieri centrali. Quando si sostituisce all’economia reale quella finanziaria si costruisce un modello funzionale agli speculatori, non ai cittadini. Si accresce il potere delle banche trasferendolo dalla politica alla finanza. Si sostituisce la realtà della vita di uno Stato e di una comunità (fatta di lavoro, produzione, creazione di beni e servizi, coesione sociale, senso di un progetto) in una virtualità di carta (fatta di tassi di interesse e valori nominali). E quando uno come Tremonti arriva a definire un pezzo di carta sotto forma di debito, “il nuovo driver” dell’economia, la confusione diventa totale. Il rilancio dell’Europa e la salvezza dei singoli stati non possono avvenire attraverso l’ennesima creazione di un debito cartaceo, ma attraverso riforme reali (mercato del lavoro, sistema produttivo, welfare) di cui non c’è traccia nei programmi stilati dai burocrati di Bruxelles e nemmeno nella manovra sovietica voluta in Italia da Tremonti.
Il ministro italiano ama spesso citare Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori dell’America. Fu lui a creare la Banca Nazionale e a teorizzare e a istituire il debito pubblico federale all’indomani della guerra civile, con lo scopo di aiutare gli stati più indebitati. Il suo disegno fu contrastato fortemente, ma invano, da un altro padre fondatore, Thomas Jefferson, che aveva compreso che la politica del debito avrebbe, a lungo andare, “inzuppato la terra di sangue e schiacciato gli uomini sotto il peso di un continuo accrescimento”. Il debito non genera ricchezza, ma riproduce debito. Se l’attuale crisi mondiale è una crisi del debito, come si può pensare di superarla generando altro debito? Non è forse arrivato al capolinea questo modello? Non ha avuto, alla lunga, ragione Jefferson? Il debito, come diceva Hamilton, è “una benedizione”, ma per gli speculatori, non per le nazioni. A meno che, come ha svelato l’agente Euro Bond, l’obiettivo non sia ucciderle.

© Il Tempo 31 Agosto 2011