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Ma insomma, questi benedetti “poteri forti” esistono o no? E sono poi così forti? La politica è quella che traspare dalle dichiarazioni dei leader di partito e nei dibattiti, o risponde a dinamiche più complesse e invisibili che ne condizionano il corso?  
Prima sgombriamo il campo dal tentativo di ridicolizzare la questione dei “poteri forti”, facendo credere che chi la pone sia un nostalgico dei Protocolli dei Savi di Sion o un fan di Dan Brown. Se per “poteri forti” s’intendono centri occulti di ombre silenziose che tessono la ragnatela di conquista del mondo, tra logge massoniche di ogni grado e grembiule, o confraternite esoteriche di culti paranoici, allora siamo d’accordo: i poteri forti non esistono.  Ovvio però che qualche riserva rimane comunque, a meno che non vogliamo credere che 130 signori tra i più potenti del mondo finanziario, economico e politico, ogni anno si riuniscono segretamente nel Gruppo Bilderberg per parlare di vacanze a Cortina o per un semplice seminario di studi di economia politica.
Ma allora cosa sono i “poteri forti”? Sono quegli ambiti di potere autonomo che nella complessità di una società moderna si sostituiscono alla politica, sfruttandone le fasi di debolezza, condizionando la vita democratica senza avere alcuna legittimazione per farlo. E la forza dei “poteri forti” è tanto maggiore quanto è debole quella della politica. Il potere è come uno spazio fisico, che non contempla l’idea del vuoto. Perché il vuoto è la sua negazione. Questo spazio va riempito con ciò che si chiama “decisione”, ovvero ciò che consente al potere di svolgere la sua funzione e rispondere alla sua ragion d’essere. La democrazia rappresentativa è stata la forma di governo moderna che meglio ha saputo conciliare la legittimazione del potere con l’idea di consenso, garantendo alle nazioni che l’hanno adottata la possibilità di coniugare libertà individuali, diritti collettivi e benessere economico. Questo è stato possibile perché alla base della democrazia rappresentativa, e solo di essa, risiede la sovranità del popolo e il suo diritto a scegliere da chi farsi governare: è questo principio che fonda la supremazia della politica sull’economia e su qualsiasi altro settore della società.
I “poteri forti” non sono poteri occulti ma manifesti, spesso costituzionalmente garantiti, la cui azione però travalica le proprie funzioni e sconfina nello spazio politico alterando le regole del gioco. Per esempio, nel Cile di Allende e di Pinochet, l’esercito era o no un “potere forte”? Certo che si. Ed il suo operato ha travalicato o no la sovranità popolare? Beh, direi proprio di si.
Facciamo un altro esempio che ci riguarda da vicino: in questi ultimi 20 anni, in Italia, la magistratura è stata o no un “potere forte” in grado di condizionare la vita democratica? Certo che si. Il famoso avviso di garanzia a mezzo stampa che costrinse Berlusconi (sempre lui!) a dimettersi nel ’94, così come il circuito mediatico-giudiziario costruito in questi anni per condizionare l’azione della politica, rappresentano un superamento dei limiti costituzionali consentiti.
I “poteri forti” non agiscono mai da soli, ma si devono appoggiare a figure istituzionali che ne avallino l’operato e ne diano parvenza di legittimità. Nel Cile di Pinochet fu la maggioranza del Parlamento, nell’Italia del 1994 e in quella del 2011, l’avallo di un Presidente della Repubblica.
In Europa, che non è uno Stato ma una moneta, i poteri forti sono ovviamente quelli finanziari. Come ci racconta tutta la stampa europea, sono stati loro, rappresentati da Bce, Fmi e gerarchia Ue, ad aver sancito la fine dei governi democraticamente eletti in Grecia e Italia. Quando i poteri forti intervengono, la democrazia viene sospesa.
E comunque,  se i poteri forti non esistono,  ecco una proposta: per ogni banchiere che fa il ministro senza passare per il voto popolare, mettiamo un non-banchiere a capo di una banca, senza passare per il CdA. Se dobbiamo rimescolare le carte facciamolo bene. Se la politica fatta dai banchieri diventa più pulita, magari la finanza, non più in mano a questi geni dell’economia che hanno giocato con l’euro, cessa di essere il mare di squali che ha generato la crisi che noi stiamo pagando.

© Il Tempo, 21 Novembre 2011
Imagine: Diane Arbus, Unknown wrestlers, 1970