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Molti continuano a pensare che la tecnocrazia, nei governi nazionali e nelle istituzioni europee, sia una necessità per riuscire a rimettere in sesto la baracca europea e consentire l’attuazione di un percorso storico e politico bloccato. Una sorte di “male minore” e di rischio calcolato rispetto alla possibilità che l’Euro crolli trascinando con sé l’intero progetto dell’Unione Europea. Questo ragionamento non riguarda solo agli anestesisti del cloroformio mediatico che scrivono sui grandi giornali della finanza internazionale. Esso viene fatto proprio anche da una larga fetta delle classi politiche e intellettuali europee, che pur rendendosi conto dei rischi che le democrazie liberali attraversano, si comportano come Bartleby lo scrivano immaginato da Melville, che su ogni argomento non era in grado di andare oltre il suo “I would prefer not to” (preferirei di no), pensando di accomodare così la propria inconsistenza.
La realtà è che le tecnocrazie, in qualunque forma esse si stiano manifestando in Europa, non sono funzionali alla politica; semmai ne sono i becchini. Emanuele Severino, uno dei filosofi che con maggiore acutezza ha analizzato il fenomeno del dominio della tecnica in tutti gli aspetti del nostro tempo, ha affermato che “nell’autentico governo tecnico, la politica è un mezzo della tecnica ed è tenuta in vita nella misura in cui essa gli serve”. E questa tecnica oggi non è rappresentata da ingranaggi meccanici e ruote dentate, ma da flussi digitali di una finanza vorace che crea moneta dal nulla e la dissolve dentro un meccanismo circolare di produzione di debito, credito e debito.
Per capire questo processo dobbiamo fare un salto indietro al 1917, anno in cui un austero filosofo sassone di nome Oswald Spengler, scrisse un libro dal titolo “Il tramonto dell’Occidente”, un’opera destinata ad affascinare e sedurre milioni di lettori, ben oltre la Germania di quegli anni. Era il tempo in cui la modernità iniziava a prendere possesso della civiltà occidentale sotto forma di una tecnica che riempiva di orrore e di sangue le trincee della prima guerra mondiale. Per circa 60 anni, Spengler divenne un “filosofo maledetto”, non tanto perché qualche furbetto interprete dell’imbecillismo ideologico gli infilò una camicia bruna, ma perché egli appartenne a quella comunità visionaria di pensatori della crisi (come Heidegger, Schmitt, Jünger), le cui riflessioni sul male della modernità si scontrarono con la filosofia ottimista che il ‘900 abbracciò nella fase di grande espansione economica e civile successiva alla seconda guerra mondiale. Eppure nella sua analisi di un secolo fa, Spengler anticipò “la dittatura del denaro” come una manifestazione della tecnica e specchio dell’errore faustiano dell’Occidente. E’ forse da qui che dobbiamo ripartire: oggi l’Europa muore perché ha ceduto la sua sovranità politica alla tecnica, rappresentata dalla finanza, cioè dall’espressione tecnologica dell’economia.

Mai nella storia era stata creata una moneta senza Stato. Mai nella storia si è preteso che milioni di uomini rimanessero uniti per mantenere in vita un debito. Mai nella storia una moneta ha raggiunto “così radicalmente e senza riserve una simile assolutezza psicologica di valore diventando un fine”, come anticipò il sociologo George Simmel nel 1900.
La politica del coraggio dovrebbe iniziare a pensare secondo un nuovo paradigma: e cioè che la possibile fine dell’Euro e dell’Ue, non corrispondano alla fine dell’Europa, ma solo di questa Europa, governata da un agglomerato di burocrati senza legittimazione e alchimisti della moneta. E se il prezzo da pagare per mantenere in vita l’Euro a tutti i costi fosse in prospettiva insostenibile in termini di coesione sociale e tenuta dell’economia reale? La parola “crisi” mette paura perché si dimentica che, nel suo significato originario, significa “scelta”. Ed ogni scelta è un’opportunità nuova per ridisegnare il proprio percorso. Forse abbattere il dogma dell’Euro potrebbe essere l’occasione, per la politica, di ricominciare a vedere l’Europa senza tecnici, come un destino comune e non solo come un debito insolvente.

© Il Tempo, 23 Dicembre 2011