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Noi, le civiltà ora sappiamo che siamo mortali”, lo scrisse nel 1919 Paul Valéry dopo che l’Europa era uscita a pezzi dalle trincee della guerra mondiale. Che le civiltà fossero mortali era una verità acquisita che all’uomo europeo non aveva suscitato mai particolare emozione. Anzi, in alcuni casi, lui stesso aveva contribuito a farne fuori qualcuna. Ma erano “naufragi che non lo riguardavano”. Ora l’idea che a morire potesse essere la propria di civiltà, beh questa si che era una novità sconvolgente, dato che, secondo Valéry, “l’abisso della storia è abbastanza grande per tutti”. E così l’uomo europeo, che la storia l’aveva addirittura inventata, che aveva dominato il tempo e lo spazio con le sue conquiste civili, tecnologiche, sociali ed economiche, con il suo diritto, la sua religione, la sua filosofia, con le sue città, le sue industrie, la sua arte, la sua poesia, i suoi guerrieri, le sue navi, i suoi mercanti, quell’uomo immortale scoprì che poteva morire.
In quello stesso anno,  un importante economista britannico, John Maynard Keynes, pubblicò un libro nel quale preannunciava il baratro in cui l’Europa sarebbe caduta da lì a qualche decennio a causa della folle politica vessatoria che i vincitori stavano imponendo alla Germania. “Le conseguenze economiche della Pace” fu scritto in due mesi per spiegare le ragioni per le quali, lui, aveva deciso di abbandonare l’incarico di rappresentante ufficiale della Corona alla Conferenza di Parigi in disaccordo con le scelte del Primo Ministro Lloyd George. Keynes aveva compreso che l’umiliazione della Germania avrebbe alimentato “quelle correnti nascoste che incessantemente fluiscono sotto la superficie della storia e il cui sbocco nessuno può prevedere”.
Viviamo una fase analoga a quella del ‘19. Percepiamo che l’ordine costruito in questi 60 anni sta morendo e che incontrollate energie stanno esplodendo. In Europa nulla sarà più come prima, sia che l’euro resista, sia,  come è più probabile, che salti.  In Grecia non è in gioco solola Grecia. Questa Europaè finita perché ormai il solco di diffidenza che divide le leadership e i paesi è troppo profondo. Quando diventa naturale che una parte dell’Europa, nei suoi giornali, nei suoi intellettuali  e nella sua classe politica si rivolga all’altra parte con l’epiteto di Pigs (acronimo per indicare Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, ma che in inglese significa anche “maiali”), è evidente che l’unità europea ha cessato di esistere.  Provate a fare un sondaggio nei paesi d’Europa per sapere se la gente vuole rimanere nell’Euro e capirete che quelle correnti nascoste di cui parlò Keynes, oggi stanno prendendo una nuova forma.
Sul Telegraph, Ambrose Evans-Pritchard ha ricordato come nel 1953 furono i tedeschi ad essere salvati quando, nella Conferenza di Londra, 20 paesi decisero di dimezzare il debito insolvente della Germania che sommava, alle sanzioni del secondo conflitto mondiale, anche quelle del primo contro le quali si era scagliato Keynes. Ma la storia non è mai riconoscente ed è paradossale che tra i Paesi che accettarono di aiutare la Germania ci fosse anche la Grecia che rinunciò alle legittime riparazioni di guerra che le spettavano. Allora la politica era sovrana sull’economia e le sue ragioni seppero vincere su calcoli finanziari e speculazioni. Fu grazie a quel salvataggio che la Germania rimise in moto la sua economia trasformandosi in locomotiva d’Europa e garantendo, per oltre trent’anni, la tenuta del fronte occidentale contro il comunismo. La Germania oggi fa alla Grecia ciò che la Grecia non fece allora alla Germania.
Ma l’Europa ha dimenticato tutte queste lezioni e si avvia inevitabilmente verso la sua morte. La civiltà democratica e liberale che ha resistito alla guerra fredda uscendone vincitrice, ora sa di essere mortale. Ha contratto una malattia le cui metastasi sono troppo diffuse: tecnocrazia, delegittimazione della politica, commissariamento delle democrazie e dei parlamenti, supremazia della finanza sull’economia. Responsabili di questa fine sono i burocrati senz’anima che dimorano a Bruxelles, gli avidi alchimisti dell’usura che hanno usurpato la sovranità ai popoli e alle nazioni, i tecnocrati che hanno partorito nei loro laboratori l’euro, che sempre Evans-Pritchard ha definito un “folle esperimento ideologico”. E con loro una classe politica inadeguata che ci ha imposto un’Europa del debito falsificando bilanci, soffocando l’economia reale, consentendo che le sovranità nazionali venissero cancellate senza avere il coraggio di costruire l’Europa politica e che oggi, errore dopo errore, ci getta verso un ciclo recessivo che partorirà un nuovo caos. Questa Europa dell’euro è sempre più marginale nella storia, percorsa da un lento inesorabile decadimento. Le civiltà non muoiono mai d’infarto.

© Il Tempo, 19 Febbraio 2012
Imagine:
 Hejo de Reijger, Euro Jima, vignetta uscita su Nrc Handelsblad il 2 Dicembre 2011