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La nuova parola d’ordine del Pdl è “liste civiche”. Ma anche no. In pieno delirio veltroniano il Pdl assomiglia sempre più al Pd a tal punto che persino un ascoltato opinion maker come Giuliano Ferrara è arrivato a chiedersi a cosa servano questi partiti, definendoli “vuoti a perdere”. Noi, che su queste colonne da tempo ce lo domandiamo, proviamo ad andare oltre e a prevedere che, se l’immobilismo di chi oggi è a capo di queste scalcinate macchine mangia voti continuerà, alla fine sul campo non resteranno solo i partiti ma la politica. Il fenomeno della fine della politica non è solo italiano; però qui da noi vive un carattere più accentuato perché la debolezza delle istituzioni storiche e del loro carico simbolico accelera la dissoluzione del politico operata dai media e dai centri di potere economico e finanziario che li controllano. La tremarella paralizzante che continua a scuotere Pdl e Pd di fronte al commissariamento della democrazia (e quindi di loro stessi) fatto dal governo Monti, ha qualcosa di patologico.
Pdl e Pd sono stati per troppo tempo soggetti speculari. Il primo ha avuto un leader (nato dalla disintegrazione del sistema politico precedente) ma non ha mai avuto una classe dirigente. Il secondo ha avuto una classe dirigente (ereditata dalle vecchie nomenclature non toccate dal crollo della prima Repubblica) ma mai uno straccio di leader. Entrambi si sono accomodati  sotto l’ombra refrigerante di Silvio Berlusconi che ha consentito un divertente gioco di specchi: ha trasformato la mediocrità complessiva dei politici di centrodestra (con le solite, rare e preziose eccezioni) in qualcosa di apparentemente decente e ha dato al centrosinistra una ragione per esistere di fronte al dissolvimento di quella nuvola di utopie che le sue culture politiche avevano costruito nei decenni passati.
Ora che Berlusconi si è defilato e gli specchi si sono infranti,  Pdl e Pd si trovano soli con se stessi. E non è un bello spettacolo. Il problema può essere analizzato da diverse angolazioni, per esempio da quella del marketing, disciplina seria che la politica ha spesso ignorato. Proviamo a fare un parallelo con il mercato. Per decenni le strategie delle grandi aziende sono state incentrate sull’unico obiettivo di vendere un prodotto massimizzando il più possibile i profitti senza bisogno di fidelizzare il rapporto col consumatore. La forza del brand era tutta dentro un mercato a forte integrazione verticale. Questo ha funzionato fin quando lo sviluppo tecnologico non ha riorganizzato il sistema industriale superando la logica di produzione fordista. La rivoluzione di internet e lo sviluppo di un sistema a rete interattiva e globale, hanno poi fatto il resto.  Ma già nel 1983 Theodor Levitt, l’inventore del termine “globalizzazione” e importante economista di Harvard, aveva pubblicato un libro dal titolo “The Marketing Imagination”, in cui per la prima volta rovesciava i termini del problema. La centralità andava posta non più sul prodotto, ma sul consumatore/cliente, sulle sue esigenze, sui suoi bisogni, sul suo immaginario. E le aziende, se volevano sopravvivere, dovevano confrontarsi con un mercato globale aperto a diverse forme di consumo.
Ecco, i partiti italiani oggi si trovano nella stessa situazione delle aziende di ieri. O comprendono che non si può più continuare a cambiare la scatola lasciando inalterato il contenuto o sono destinati a non essere più scelti, a rimanere invenduti sugli scaffali, sostituiti da prodotti più in linea con le nuove esigenze del consumatore/elettore. E non è detto che questi nuovi prodotti politici si vendano negli stessi negozi e negli stessi supermercati dove si vendevano i vecchi. Mettere al centro il cliente, tradotto in politica significa intercettare i segmenti sociali frammentati, modellare gli interessi di gruppi e categorie, radicarsi nel territorio e imparare i nuovi linguaggi narrativi della rete. Ma per farlo o si dotano di classi dirigenti in sintonia con la società reale (mettendo da parte faccendieri, oligarchi, colonnelli senza esercito, burocrati, intellettuali sulla luna e ballerine senza palcoscenico) o la società reale inizierà a fare a meno di loro, come già sta facendo. Il tempo è ormai scaduto e in gioco non c’è una segreteria, un congresso o un mucchietto di tessere. In gioco c’è la politica.

 © Il Tempo, 23 Febbraio 2012
Immagine:
 Salvador Dali, Orologio molle al tempo della prima esplosione, 1954