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“Quando facemmo l’euro, la mia obiezione – ne parlavo con tutti i capi di governo – era: ma come possiamo fare la moneta unica senza alcuni pilastri della finanza, dell’economia e della politica, unici anche loro? La risposta saggia era: intanto abbiamo fatto questo salto in avanti. Il resto verrà poi”. Queste parole farneticanti sono state pronunciate da Romano Prodi durante un’intervista a Euronews in occasione delle recenti celebrazioni per il decennale della moneta unica e mettono addosso un profondo disagio per come l’euro è stato pensato e realizzato. Noi, in genere, crediamo che gli statisti e gli strateghi delle umane cose lavorino per prevedere anche l’imprevedibile quando danno vita alle grandi costruzioni della storia. Li immaginiamo sbattere i pugni con virilità decisionista dentro confuse riunioni in cui loro sono il chiaro principio d’ordine e di autorità; o li vediamo scrutare il cielo da una finestra e contemplare, attraverso l’orizzonte, il futuro delle loro decisioni. Poi però in sala si accendono le luci, passano i titoli di coda e uno si ritrova con l’intervista di Prodi che fa capire quale dabbenaggine, improvvisazione e superficialità vengono messe al servizio del bene comune; che poi è sempre meno comune e sempre più “bene di qualcuno”.
Il “resto” di cui parla Prodi, e cioè il complesso processo di integrazione europea che sarebbe dovuto venire poi, non è mai arrivato e ce ne stiamo accorgendo in questi mesi. La crisi dell’euro  è la manifestazione di un male più profondo e forse ormai troppo diffuso nel corpo del continente, e cioè la fine dell’Europa. Se guardiamo a questa crisi senza i paraocchi imposti dagli alchimisti della moneta e dai manipolatori dei media (che spesso appartengono alle stesse confraternite) vedremo prospettive ben diverse da quelle con le quali siamo abituati a leggere l’evoluzione di questo processo storico. Coloro che in queste settimane, dal Wsj al francese Tribune, si dilettano a sbandierare il nome di Margaret Thatcher, paragonando la lucidità profetica di un grande leader  all’autoritarismo ricattatorio di mediocri esecutori di ordini, dovrebbero ricordarsi che la Lady di Ferro si rifiutò di trascinare la Gran Bretagna nell’avventura dell’euro. Con il suo storico “No. No. No” urlato alla Camera dei Comuni il 30 ottobre 1990, la Thatcher sancì la differenza tra un Parlamento democraticamente eletto e una burocrazia priva di legittimità. Capì subito cosa avrebbe significato rinunciare alla sovranità monetaria riducendo anche gli spazi di autonomia politica dentro un sistema europarlamentare che non esprimeva alcun governo. E si convinse, a ragione, che l’Unione prefigurata da Delors, dai francesi, e benedetta dal sistema finanziario, avrebbe aumentato la forza egemonica tedesca sull’Europa molto più che un sistema equilibrato di stati nazionali; e il nuovo panzer germanico sarebbe stato proprio l’euro. La signora andò contro lo spirito del suo tempo pagando cara una scelta che la portò all’isolamento in Europa, in patria e anche dentro il suo stesso partito. Ma questo è l’agire di un leader, il quale non aspetta che “il resto arrivi poi”.
Noi magari riusciremo a salvare l’euro e sarà la grande vittoria della finanza mondialista, ma non è detto che riusciremo a salvare l’Europa e sarà la definitiva sconfitta della politica.
Theodore Dalrymple, pseudonimo di Anthony Daniels, psicologo e figura non conformista del pensiero liberale inglese, su City Journal, la rivista del prestigioso Manhattan Institute, ha recentemente definito “megalomaniaca” l’unione monetaria, spiegando che essa sta producendo effetti che vanno oltre la crisi economica e che investono la dimensione sociale, politica e civile. L’Unione Europea che presupponeva la fine dei conflitti nel continente sta, al contrario, “resuscitando antichi antagonismi che potrebbero generare nuove bellicosità”. Lo scenario potrebbe diventare quello di una gigantesca Yugoslavia post-Tito. Esagerato? Forse, ma è meglio prepararsi. L’alternativa è continuare ad aspettarsi che “il resto verrà poi”.

 © Il Tempo, 2 Aprile 2012