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Abbiamo corso il rischio serio di ritrovarci il suo faccione su qualche banconota di carta straccia o il suo busto inaugurato in qualche parco cittadino. Si, perché a Massimo Calearo (imprenditore di successo e politico trasversale), un merito va comunque riconosciuto: quello di aver unito l’Italia così saldamente da far apparire l’epopea risorgimentale un concorso per dilettanti allo sbaraglio. Garibaldi dovette raccogliere mille ardimentosi, condurre battaglie contro uno degli eserciti più potenti dell’epoca e alla fine, come si sa, unì l’Italia ma non gli italiani. A Massimo Calearo è bastata un’intervista a “La Zanzara” su Radio24, per riuscire a mettere insieme contro di lui il nord, il sud, il centro, la destra, la sinistra, le donne, gli uomini, i ricchi e i poveri. In effetti, le bestialità che è riuscito a dire in quei pochi minuti in cui ha aperto bocca attengono alla politica, all’economia, alla sociologia e anche un po’ alla psichiatria. Dalla Porsche esentasse immatricolata in Slovacchia, allo stipendio da parlamentare assenteista che però si tiene ben stretto per poter pagare il mutuo, fino alle esternazioni su gay e sinistra, Calearo risulta l’esempio più evidente di come soldi e potere non riescano a darti l’intelligenza necessaria a evitare il tuo peggior nemico: te stesso.
Ma la questione fondamentale trascende Calearo e la sua intervista, anche se da questa partiamo. Riguarda il modo in cui la comunicazione mediatica modifica la percezione della realtà non solo in chi ascolta o osserva, ma anche in chi attivamente interagisce al suo interno. E questo è un aspetto tanto più importante in quanto la politica lo ha sempre disconosciuto, con effetti devastanti per la politica stessa e per i politici.
Nel complesso sistema dei media, dove la verità non è il vero ma il verosimile, il problema non è ciò che Calearo ha detto, ma il fatto che l’abbia detto; e soprattutto il perché lo ha detto. A volte è come se i personaggi pubblici, quando si rapportano con i mezzi di comunicazione, venissero risucchiati in un vortice auto-rappresentativo che il medium attiva, facendo emergere dal loro inconscio parti che, in situazioni pubbliche normali, eviterebbero di far emergere. Se in alcuni casi è il sistema mediatico ad invadere l’ambito del personale, in altri casi è proprio il personale che viene buttato volontariamente in pasto al circo mediatico. Questo avviene perché la comunicazione non è uno spazio neutrale ma è condizionata e determinata dal medium che si usa per comunicare. Il medium interagisce con la nostra psiche, la condiziona e trasforma il nostro rapporto con la realtà. Al pari di ogni altra tecnologia, noi usiamo i media ma anche i media usano noi. E’ la famosa intuizione di Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”, che assume la sua portata totalizzante proprio nei tempi della comunicazione pervasiva in cui immagini in movimento e suoni diventano sempre più il nostro habitat naturale ed in cui il flusso ininterrotto di dati e la possibilità di interrelazione continua generano l’alterazione delle categorie di spazio e tempo.
Alcuni media enfatizzano la loro funzione di  “mezzo” operando ciò  che gli studiosi chiamano “ipermediazione”. Quando guardiamo la televisione, in genere manteniamo la consapevolezza che quelle immagini in movimento sono situate all’interno di una cornice. Ed anche quando stiamo in uno studio televisivo, partecipando ad un talk show, ad un dibattito o a un faccia a faccia, difficilmente  perdiamo la percezione del mezzo dentro il quale stiamo intervenendo. Luci, telecamere, screens, spesso la presenza di altre persone rendono evidente lo spazio artificiale e pubblico che si sta attraversando. In questo contesto si genera un meccanismo di resistenza, chiusura, diffidenza tipica di chi ha consapevolezza di operare in uno spazio non privato con tutti i rischi di immagine, appunto, che l’azione pubblica presenta. Lo capì a sue spese Nixon, che nel 1960 si giocò la Presidenza degli Stati Uniti contro Kennedy anche per colpa di quelle nervose gocce di sudore che iniziarono a solcargli il viso nel dibattito televisivo. Eppure, secondo i sondaggi, Nixon stravinse fra chi lo aveva ascoltato solo per radio.
Al contrario, esistono media che abbassano o addirittura azzerano il “super Io”, la sovrastruttura della nostra personalità preposta alla difesa dei comportamenti e al filtro del sistema di relazione con noi stessi e il mondo. Uno dei medium che agisce in questo senso è proprio la radio, quella che, non a caso, ha ospitato le scemenze di Calearo. A differenza della televisione, che è un medium freddo, superficiale e ipermediato, la radio si configura come un medium di profondità. La voce e il suono valicano qualsiasi cornice e rendono un’immediatezza che si trasforma, sempre secondo McLuhan, in un’esperienza privata. Non a caso proprio lui la definì un “tamburo tribale”, affermando che per sua natura, la radio ha il potere “di trasformare la psiche e la società in un’unica stanza degli echi”. Questo, in parte, può spiegare la performance di Calearo.
Alla natura intrinseca di ogni medium va aggiunta la natura intrinseca della moderna “Società dello spettacolo” che, nel 1967 Guy Debord descrisse: lo spettacolo “non è un supplemento del mondo reale”, ma è “il cuore dell’irrealismo della società reale”. Questo cuore pulsa e si alimenta di un sistema di produzione e consumo in cui lo spettacolo “è il capitale ad un tale grado di accumulazione da divenire immagine”. Quando Calearo parla alla radio non può sapere che alimenterà un sistema nel quale lui stesso verrà risucchiato. E rispetto a questa irresponsabilità, non esisterà giustificazione a posteriori, goffa o ridicola, che potrà assolverlo.
Certo, scomodare McLuhan e Debord per Calearo, può sembrare uno spreco che in tempi di crisi, anche intellettuale, sarebbe meglio evitare. Eppure questa triangolazione contronatura ci aiuta a capire i rischi indotti dall’uso irresponsabile dei media. Andare a parlare in televisione, alla radio o utilizzare i social network senza avere la minima idea della natura del mezzo, del loro funzionamento intrinseco, di ciò che possono determinare nel cambiamento percettivo della realtà, del modo in cui alterano il nostro rapporto con la dimensione pubblica, di come modificano il comportamento del nostro cervello, di quanto allargano la nostra sfera di complesse identità reali, equivale a mettersi alla guida di un’automobile senza sapere qual è il pedale del freno o a cosa serva il volante. La possibilità di schiantarsi è alta.
Anche perché in tutta questa storia c’è sempre un convitato di pietra che occupa il posto centrale della tavola, ma che fingiamo di non vedere: i mediatori (conduttori o intervistatori). Pochi giorni dopo lo scoppio del caso Calearo, i due conduttori della trasmissione radiofonica, Giuseppe Cruciani e David Parenzo, hanno sentito il bisogno d’intervenire pubblicamente su un quotidiano (Il Giornale) per difendere il loro intervistato dall’accusa di mostruosità. Forse uno scrupolo morale nei confronti di chi aveva subìto, per loro, un’ingiusta gogna mediatica; o una sorta di senso di colpa per aver alimentato con la propria conduzione (del resto non dissimile alle altre precedenti) lo scandalo e il linciaggio; o magari una lucida strategia per dare più visibilità alla trasmissione (inutile vista la già consolidata popolarità); oppure, inconsciamente, tutte e tre le cose. Comunque sia, questo intervento è stato qualcosa di irrituale (e in fondo di coraggioso) poiché ha rotto lo schema ipocrita che vuole i mediatori elementi super partes di una presunta neutralità complessiva, quando in realtà le loro psicologie, le modalità di conduzione e il modo con cui è costruito un format, disegnano la cornice dentro la quale prende forma il contenuto.
Il caso Calearo ha contribuito a distruggere ulteriormente l’immagine della politica attraverso parole di pochi secondi. Per carità, non è il solo, né sarà l’ultimo. Il giorno prima, il Presidente del Senato Schifani si è appellato alla necessità di “rigenerare la politica”. Qualcuno ricorderà che Schifani, da senatore, fu tra quei politici che pensò essere cosa normale andare in televisione, ospite dei comici del Bagaglino, a farsi tirare torte in faccia come Ridolini.
Nella selezione della classe dirigente, semmai la politica deciderà di ricominciare ad averne una, finita la fase della cooptazione per gregge, i partiti dovrebbero privilegiare anche coloro che dimostrano conoscenza e responsabilità nell’uso e nell’interazione coi media. In questo senso, il conservatore McLuhan e il marxista Debord danno sufficienti chiavi di lettura per capire il tempo in cui viviamo. E forse, la politica, nel punto massimo della sua crisi, potrebbe affiancare a molte delle inutili letture novecentesche di cui ancora si ciba, due intelligenze che, nel ‘900, hanno saputo anticipare profeticamente il tempo ora arrivato. L’alternativa è ricandidare Calearo.

© L’Opinione, 4 Aprile 2012 (con il titolo Calearo, i media e la politica percepita)