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Le elezioni amministrative hanno colpito al cuore i partiti, c’è poco da fare. Possono star lì a scarabocchiare fogli con istogrammi e alambicchi concettuali per dimostrare che se prendiamo le elezioni ateniesi del 400 a.C. in fondo il Pdl ha tenuto e, rispetto al ballottaggio tra Mario e Silla, il Pd è andato bene. Il problema è che, psicologicamente, è difficile avere la percezione della propria estinzione. I dinosauri dovettero aspettare la pioggia di meteoriti per rendersi conto che erano spacciati, ma mai, guardandosi allo specchio, avrebbero accettato l’idea di esserlo comunque. Bisogna solo capire se il conto alla rovescia è iniziato anche per il governo Monti, che dalla trimurti ABC è sostenuto e appoggiato. Perché queste elezioni, parziali per carità, puramente indicative, prive di qualsiasi valenza politica ci mancherebbe altro, qualche scossone lo hanno determinato anche nei sacri palazzi della tecnocrazia italiana. Sarà che sono arrivate dopo la sconfitta di Sarkozy e l’indebolimento di quell’asse franco-tedesco di cui Monti è espressione coloniale; sarà che sono arrivate dopo che in Grecia, i paleantropi di Alba Dorata sono entrati in Parlamento e qualche preoccupazione sulla tenuta dell’euro inizia ad esserci. Fatto sta che in Italia, sia Monti che Napolitano se ne sono usciti in maniera così scomposta da far pensare che un po´di nervosismo da quelle parti alberghi. Il presidente della Repubblica, dimenticandosi il suo ruolo istituzionale super partes, ha attaccato in maniera netta Beppe Grillo e il Movimento 5S, con un’analisi politica tranchant, francamente inaspettata.
Il presidente del Consiglio, dal canto suo, ha scaricato sui Governi precedenti la responsabilità, anche nelle sue “conseguenze umane”, di una crisi che, in realtà, non è prodotta dalla politica ma dalla grande finanza e da un modello economico fondato sul’imbroglio della moneta-debito.
Il problema è che queste elezioni hanno messo in crisi proprio il progetto tecnocratico di cui Monti e Napolitano si erano fatti garanti in Europa; perché l’unico dato certo uscito dalle urne è il rifiuto di un modello di austerity che sta piegando in due il Paese, uccidendo economia, coesione sociale e soprattutto speranza. Ma di questo aspetto, un Governo tecnocratico non può tenere conto per sua stessa natura. I tecnici non possono scegliere. Le loro missions sono imposte da oligarchie e da centri di potere esterni alla politica e quindi impermeabili ai problemi del consenso e delle indicazioni popolari. Le tecnocrazie non hanno un bivio di fronte a loro, ma sempre un’unica strada: quella che gli è stata ordinata di percorrere.
Monti non potrà cambiare l’indirizzo politico intrapreso fino ad ora, perché non risponde ai cittadini italiani, ma a poteri transnazionali. I partiti hanno la possibilità di evitare la catastrofe se sapranno far recuperare dignità alla politica e visione al Paese. Ma per farlo hanno bisogno di leader e di classe dirigente, mentre la pioggia di meteoriti è iniziata a cadere sulle loro teste.

© Il Vostro quotidiano 14 maggio 2012 (con il titolo “Stop alla tecnocrazia”)