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Quando avvengono fatti come quello di Brindisi, la nostra percezione del reale viene profondamente modificata, riportata ad uno stadio, per così dire, essenziale. È in queste occasioni che le categorie di bene e male tornano ad essere nette e le sovrastrutture razionali con cui diamo forma ai nostri convincimenti, si abbattono. La commozione che invade la coscienza collettiva è, etimologicamente, un crollo, l’abbattimento di ogni impalcatura con la quale tendiamo a interpretare la realtà. È in questi momenti, in cui la coscienza collettiva è priva di difese anche critiche, che compare il rischio della strumentalizzazione e della manipolazione. È in questi momenti che la funzione dei media dovrebbe essere maggiormente responsabile e capace di svolgere un ruolo di attenuazione e controllo delle informazioni che circolano. Ma non è mai così.
Anche per la tragedia di Brindisi, giornali e televisioni hanno continuato a riportare versioni dei fatti prive di qualsiasi fondamento, inseguendo voci, ipotesi non suffragate da alcun riscontro, ricercando scoop che dietro l’astratto diritto  di cronaca, violano il concreto diritto alla dignità e alla riservatezza e che, quando si parla della morte violenta di una ragazzina, dovrebbe essere accompagnato anche da un dignitoso senso del pudore.
Nel carosello di scemenze dette ieri dai media ne prendiamo una a caso, giusto così per far capire che aria tira:  un articolo postato da Enzo di Frenna nel suo blog su Il Fatto Quotidiano e intitolato “Brindisi e l’identikit dei mandanti”. Quando ancora le indagini erano all’inizio e gli stessi inquirenti non avevano elementi di valutazione, il giornale di Padellaro e Travaglio aveva deciso che a far esplodere la bomba davanti alla scuola  era stata “la Cupola nera composta da massoneria, politica corrotta, pezzi deviati dei servizi segreti e finanza speculativa”. Il motivo? Chiaro, fermare il cambiamento che in Italia sta avvenendo attraverso “i giovani e la Rete”. Poiché “la politica dal basso – che scuote i palazzi del potere – usa internet”, e internet, come si sa, la usano i giovani, l’attentato è stato un avvertimento di un sistema che “si sente minacciato da un cambiamento che sta scuotendo le fondamenta del suo potere”.  In altre parole, Melissa sarebbe stata uccisa per colpire Beppe Grillo e il suo movimento 5S. Ovviamente non occorre essere del tutto imbecilli per scrivere cose di questo genere.  Basta non avere scrupoli e speculare su una tragedia la cui follia è generata da altro. Il problema è che quando un’affermazione del genere viene pubblicata su una testata giornalistica come Il Fatto Quotidiano, gli si consente di ricevere una sorta di patente di legittimità, una vera e propria autorizzazione di credibilità. Infatti, in poche ore,  oltre 40 mila persone hanno condiviso questa scemenza su Facebook, Twitter e altri social network, facendola circolare sulla rete come credibile.
L’informazione contemporanea agisce come un eccitante dei nostri bisogni e delle nostre paure e nell’epoca  pervasiva dei social network è una sorta di Viagra, uno stimolatore che lascia i nostri sensi in erezione costante.
Quando il giornalismo diventa creativo o paranoico, l’intero sistema dei media si adatta a costruire un clima eccitativo, quello si, realmente pericoloso.
Nel tempo in cui i giornalisti, gli opinionisti, gli intellettuali di carta  ma anche i tele-fustigatori ci impongono le loro omelie sulla necessità di un’etica pubblica da parte dei politici, sarebbe opportuno che ci iniziassero a spiegare qual’è l’etica pubblica dei giornalisti.  La responsabilità che l’informazione  ha per il clima insopportabile di questo paese, è pari (e per certi versi maggiore) a quello della politica.

 © Il Vostro quotidiano 20 maggio 2012