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In Italia, tutto sommato, la democrazia sta benone. Se non fosse per il fatto che abbiamo un governo non eletto dai cittadini e che agli ultimi ballottaggi la metà degli aventi diritto non è andata a votare, dovremmo ritenerci soddisfatti. Poteva andare peggio: per esempio poteva succedere che i sindaci venissero nominati direttamente dal rettore della Bocconi o che i consigli comunali si componessero solo di funzionari di Goldman Sachs. E invece no, le elezioni si sono tenute regolarmente e un po’ di gente è anche andata fino ai seggi, che di questi tempi non è proprio una cosa scontata. Eppure, che stiamo vivendo sfolgoranti tempi di trasformazione appare chiaro ormai a tutti. I vecchi partiti si disintegrano: di alcuni rimangono appena graffiti parietali in qualche caverna tra il Po e l’Adige; di altri si ricorda solo il nome tramandato dagli ultimi anziani un po’ rincoglioniti che continuano ad andare in televisione a raccontare di Popoli di qualcosa che non ci sono più. E mentre avviene questo, nuove formazioni politiche prendono forma, giovani energie sognano di cambiare il mondo e vecchi saltimbanchi furbacchioni si rendono disponibili a farlo.
Lo specchio della trasformazione in atto non è Beppe Grillo, ma Leoluca Orlando, il nuovo vecchio sindaco di Palermo. A leggere bene la sua vittoria c’è da rimanere stupiti. Orlando ha preso il 70% del 40% che ha votato. Niente male per un’elezione democratica.
La crisi dei partiti che stiamo vivendo è il risvolto di una crisi sociale che ha individuato nella vecchia politica il capro espiatorio. L’astensionismo è una forma di sacrificio imposto: per usare le parole del politologo francese Maffesoli, è “la potenza popolare che si riappropria dei suoi diritti e ricorda che è essa stessa ad emanare qualsiasi forma di delega”. Il sacrificio dell’insieme simbolico del potere, serve a rimettere in moto l’energia sociale e la politica viene condannata a morte per poter essere rigenerata.
Le classi dirigenti dei partiti usciti a pezzi o sconfitti, dovrebbero analizzare più questo fenomeno che non limitarsi alle valutazioni numeriche su chi ha perso o chi ha vinto.
Quando Beppe Grillo definisce Bersani un “morto vivente”, cosa non carina nei confronti di un leader che è convinto di aver vinto “senza se e senza ma”, in realtà non sbaglia del tutto. La morte dei partiti tradizionali lascia viva la necessità di una rappresentazione della realtà complessiva, a cui nessun governo dei tecnici può dare risposta. I partiti ora sono morti viventi e lo saranno fin quando non saranno in grado di rivitalizzarsi nel corpo sociale, appropriandosi di una visione del futuro e di una capacità di intercettare bisogni di una società che sta cambiando troppo velocemente per loro.

 © Il Vostro quotidiano 23 maggio 2012
Immagine: Jean Gerome, Duel after masked ball, 1857