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La montagna non ha partorito un topolino. La riforma radicale della Costituzione in chiave presidenzialista, che Berlusconi e Alfano hanno lanciato, dovrebbe essere il tema politico per eccellenza, se solo la politica in Italia ancora esistesse. Diciamo che la montagna ha partorito un gigante, ma fuori tempo massimo; perché è proprio il livello di crisi attuale della politica e dei partiti, a rendere probabilmente impossibile un rivoluzione così radicale. Pensare che a pochi mesi dalla fine della legislatura queste forze politiche siano in grado di attuare ciò che non hanno saputo fare in 12 anni, appare poco credibile. Eppure, dalla parte di Berlusconi e Alfano, potrebbe giocare proprio la crisi di sistema e il collasso politico che il Paese sta vivendo. Poiché la storia moderna dimostra che le Costituzioni si cambiano solo di fronte a sconvolgimenti di grande portata. La stessa Costituzione francese del 1958 (che ha fondato l’attuale sistema così invidiato anche da noi) fu promulgata per evitare una deriva autoritaria e si configurò proprio come mediazione necessaria a consentire che la presa di potere del generale De Gaulle si mantenesse dentro una cornice istituzionale repubblicana.
Oggi il Pdl è tornato sul tema centrale che appartiene da sempre alle culture politiche che formano il centrodestra italiano: dalla destra nazionale e identitaria che fu la prima, fin dai tempi di Almirante, a proporre in parlamento il presidenzialismo, al liberalismo laico e cattolico e alla cultura riformista di eredità craxiana. Non solo, ma fu proprio attorno al tema della revisione costituzionale che Berlusconi riportò in ambito istituzionale il federalismo della Lega, sancendo un alleanza che per dieci anni ha disegnato lo scenario politico italiano. E non è un caso che Alfano oggi nel suo intervento abbia sottolineato che “presidenzialismo e federalismo vanno di pari passo”.
In questi anni Berlusconi ha sempre affermato che la governabilità del sistema si deve basare sulla stabilità dei governi (oggi più garantita dal bipolarismo) e sulla possibilità di chi governa di decidere. Per farlo occorre cambiare la nostra Costituzione che, nata dalle ceneri del fascismo, è stata scritta inseguendo una sorta di tabù del potere che ha generato una diluizione della sovranità spostando il controllo delle aree decisionali sui  gangli dello Stato e burocrazia, ai danni della sovranità del Parlamento e dei cittadini.
Basta confrontare la nostra Costituzione con quella americana dove la sovranità appartiene al popolo per definizione. Il suo preambolo è chiaro e netto: “We the people”, “Noi il popolo”.
Nella Costituzione italiana la sovranità non appartiene al popolo, ma alla Costituzione stessa. L’articolo 1 recita infatti:  “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo, per esempio, spiega perché in una crisi come quella attuale, solo in Italia si è potuto “costituzionalmente” nominare un governo non eletto dai cittadini negando a questi il diritto di voto e di scelta.
Il tema quindi della revisione costituzionale è la vera emergenza nazionale. In questo Berlusconi e Alfano hanno ragione. Il punto e che per attivare un processo di tale portata occorrono forze politiche in grado di portarlo avanti. E quelle attuali non lo sono. Il vero lapsus di Alfano alla conferenza stampa non è stato quello in cui ha confuso il “Presidente Berlusconi” con il Presidente della Repubblica, ma quello in cui il segretario del Pdl ha ricordato che alcune di queste idee furono già affrontate dalla Bicamerale presieduta da D’Alema nel 1997 e che, in fondo, buona parte dei leader del centrosinistra sono gli stessi di allora. Appunto.

 © Il Vostro quotidiano 25 maggio 2012