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La scena è quella epocale di “Ombre Rosse”: la diligenza al galoppo nella prateria, rincorsa da una banda di Apache assetati di sangue e di scalpi. Una corsa disperata tra pallottole e frecce. E quando le munizioni finiscono, la speranza pure e tutto sembra perduto, fuori campo uno squillo di tromba dapprima indistinto poi sempre più chiaro: arrivano i nostri!
Ecco, il Pdl è come la diligenza filmata da John Ford: corre sopra il deserto della politica cercando di sopravvivere all’assalto del cambiamento con le munizioni quasi esaurite. Dentro la diligenza si consuma un dramma umano. Ci sono quelli che vogliono buttare fuori gli altri per alleggerire il peso e correre più veloci, e quelli che provano a nascondersi sotto i sedili nella speranza che l’occhio di Manitu non li incenerisca. Alcuni non si sono nemmeno accorti che fuori ci sono gli indiani; stanno lì a raccontarsi storielle tipo “uniamo i moderati”, senza capire che i moderati che loro vogliono unire sono quelli che urlano là fuori con le facce dipinte e le penne in testa. In mezzo a quel caos c’è qualcuno che prova a spiegare che il moderatismo è la palude dove affonderà la diligenza. Antonio Martino, una delle poche intelligenze a bordo, ricorda che il moderatismo non è una categoria politica, e ha ragione; semmai è una predisposizione caratteriale, un’indole, un approccio psicologico. Pensare di rifondare la politica con un tic dell’anima è da folli, così come pensare di salvarsi da un attacco degli indiani con moderatismo.
Poi ci sono quelli che hanno rinunciato a salvarsi e maledicono il momento in cui sono saliti su quella dannata diligenza; se solo fossero rimasti a casa nel tepore delle loro mura, ora non si troverebbero in questa situazione. Sono i geni che vogliono “tornare allo spirito del ‘94”, ma per rievocare uno spirito non serve un partito, basta un tavolino a tre zampe, tanto tra fantasmi si capirebbero; e poi ci provassero pure a fare inversione ad “u” con una diligenza sparata in piena corsa nel deserto.
Il problema è che mancano gli eroi. John Wayne non c’è, e Berlusconi si è allontanato un attimo. Anzi, gli Apache hanno deciso l’assalto nel momento stesso in cui lui se n’è andato. Com’era prevedibile, la sua uscita di scena ha modificato il paesaggio. Tutti speravano di continuare a viaggiare tranquilli tra strade pulite e colline fiorite. Il bipolarismo che attorno a lui si era costruito, indicava la via e lasciava un quadro politico comodo per tutti. La sua uscita di scena ha generato un “rompete le righe” senza precedenti, calando il sipario su quello che, fino a poco tempo fa, era il maggiore partito di centrodestra d’Europa.
A guidare la diligenza c’è rimasto solo Alfano, a cui nessuno però ha spiegato come si usano le redini. Qualcuno gli aveva consigliato di cambiare strada; magari di prendere una direzione più lunga, ma più sicura, o forse di trasformare la diligenza in un treno. Invece nulla. E ora, sbalzato da una parte all’altra, non è in grado nemmeno di usare la frusta per far correre i cavalli.
Con la politica ridotta ad una strada sterrata percorsa da bande di Apache, ed il paese trasformato in una prateria devastata, l’Italia è diventata terra di nessuno che qualcuno da fuori sta comprando, e qualcun altro, da dentro, sta svendendo.
Ci vorrebbe il colpo di scena, la trovata geniale che rende il film immortale. Tutti se l’aspettano, ma il regista sembra stanco e annoiato. Cambiare la Costituzione è fondamentale, ma non lo possono fare i vecchi partiti; è come fare oggi il remake di Ombre Rosse con John Wayne e Claire Trevor. E allora forse conviene iniziare a girare un film nuovo e lasciare questo a scorrere sullo schermo fino alla fine.

© Il Tempo, 28 Maggio 2012