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Ricapitolando: la democrazia è in crisi. Forse è addirittura morta. Di sicuro, come ha scritto il Financial Times, qualche mese fa, è un “lusso antiquato” che non possiamo più permetterci. Ecco perché i poteri che contano e quelli contabili la stanno sostituendo con più moderne e affidabili tecnocrazie, che funzionano meglio e consumano di meno. Le tecnocrazie difendono interessi di pochi e non quelli di tanti, quindi riducono gli sprechi. Sono ecologiche, non sporcano, sono riciclabili molto più della politica (vedere Monti e Giuliano Amato). Inoltre non producono inquinamento da rumore perché sono silenziosissime, anzi quasi invisibili. Inoltre le tecnocrazie hanno indubbi vantaggi estetici perché l’austerity che impongono ha la stessa eleganza del modernismo minimalista degli architetti e dei designer per i quali “less is more”, ovviamente per i loro profitti. Aiutano a mantenere l’ordine perché, non avendo bisogno di quella scemenza infantile che si chiama “consenso”, permettono di portare in soffitta i cimeli polverosi del nonno che non ce la facevamo più ad avere in giro per casa, tipo: sovranità popolare, identità nazionale, parlamento ecc.
Inoltre le tecnocrazie sono perfettamente in linea con la grande rivoluzione orizzontale generata dai social network e da internet. Quella che qualcuno confonde con la democrazia diretta ma che, al contrario, è il più straordinario processo di livellamento planetario che la storia abbia mai conosciuto, con annesso azzeramento di merito e leadership (di cui ovviamente le tecnocrazie non hanno bisogno).
E la politica? Beh, quella si può tenere, diamine, ci mancherebbe altro. In fondo fa piacere anche al tecnocrate avere vicino qualcuno che scodinzola, che fa le feste quando ti vede e si sente importante solo perché gli lanci le croste di pane. Anzi, a pensarci bene, per la tecnocrazia la politica non è neanche un barboncino; potrebbe essere l’aragosta che quel genio sregolato di Villiers de l’Isle-Adam portava al guinzaglio per Bois de Boulogne, spiegando che, a differenza di un cane, “non puzza e non fa rumore”. Ecco, la politica nel tempo dei tecnici, non deve puzzare e non deve fare rumore. Proprio come un’aragosta. Ma a differenza dell’aragosta, questa politica non urla nemmeno ora che l’hanno messa a bollire.

© Il Vostro, 28 Maggio 2012 (con il titolo “Siamo figli della tecnocrazia”)