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 Gli esattori delle tasse sono degli estorsori. No, non è una sparata da palco populista o una grillonata mediatica. Gli esattori sono estorsori proprio nel significato etimologico della parola. Charles Adams, storico e tributarista, nel suo “For Good and Evil” ricorda come il termine “esazione” significhi precisamente “tirar fuori con la forza”, simile ad estorsione, “torcere fuori”.
Se gli esattori sono estorsori, le imposte sono una forma di furto, legalizzato ma sempre un furto, e infatti così le definì San Tommaso d’Aquino nel XIII secolo. Ottocento anni dopo un altro Tommaso meno importante e molto dannoso, Padoa Schioppa, ministro dell’Economia nel governo Prodi,  le definì invece “bellissime e civilissime”. Tra i due Tommasi sono passati secoli di dibattiti, disquisizioni filosofiche, conflitti sociali, rivolte fiscali, invenzioni tributarie che hanno prodotto gli eventi storici degli ultimi secoli. Il paradosso è che nelle moderne democrazie il sistema di tassazione è ereditato direttamente dai modelli assolutistici del passato, con la variante che oggi lo Stato è in grado di mettere in piedi un sistema coercitivo di controllo e spionaggio impensabile e soprattutto inaccettabile in passato. Oggi nessuno si sognerebbe di mettere in discussione la funzione ordinatrice dello Stato ed il fatto che le tasse sono essenziali per la sua attività, anche se nessuno arriverebbe a definirle bellissime. Il punto è che un sistema fiscale squilibrato e oppressivo fa venire meno la funzione civica della tassazione e trasforma lo Stato da regolatore della nostra vita in mostro invadente e asfissiante. Le tasse non toccano solo l’aspetto economico della vita delle persone, ma anche e soprattutto l’intero sistema delle libertà individuali e dei diritti su cui si fonda un corretto rapporto tra Stato, cittadino e comunità.
Quando nel 1797 il Primo Ministro britannico William Pitt introdusse la più importante invenzione fiscale delle modernità, l’imposta sul reddito, il problema era fino a che punto lo Stato avesse il diritto di indagare la vita privata dei cittadini, controllandone patrimoni, proprietà e attività lavorative. Nella Gran Bretagna dell’800, attraversata dalle riflessioni sul diritto naturale, un sistema di spionaggio fiscale come quello attuale in Italia e in altre democrazie occidentali sarebbe stato impensabile. Quando, durante la guerra contro Napoleone, fu introdotta una piccola tassa sui focolari, ci fu una rivolta popolare perché la gente non accettava che agenti del fisco entrassero nelle case a controllare quanti caminetti vi erano.
Nell’America dei coloni, le lettere minatorie inviate recentemente dall’Agenzia delle Entrate a oltre 300mila contribuenti italiani con l’ordine di giustificare presunte spese non in linea con redditi dichiarati, avrebbero portato a rivolte armate e sollevazioni. Quando lo Stato moderno arriva a controllare e a presumere i nostri consumi, i nostri gusti, le nostre spese, e da lì ad indagare persino sulle nostre attitudini, sui desideri, insomma sulla nostra vita, il confine tra democrazia e totalitarismo diventa nullo.
L’oppressione fiscale di questo Stato ci sta togliendo una cosa più importante dei nostri soldi: la nostra libertà.

© Il Vostro, 11 Giugno 2012
Immagine:
Quentin Massys, Gli esattori, 1527