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Gli europei del nord ci chiamano Pigs. La parola è un acronimo per indicare Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, con, in alcuni casi, l’aggiunta di una seconda “i” per l’Italia. Pigs è diventata la definizione delle cinque nazioni a rischio euro, quelle con maggiori difficoltà di tenuta economica. Nulla di male se non fosse che Pigs, in inglese significa anche “maiali”. Sui media dei “paesi virtuosi”, negli ambienti diplomatici, nei club illuminati,la parola Pigsè ormai d’uso comune senza che questo scateni le rimostranze di quella pattumiera moralistica che abita i salotti intellettuali d’Europa. Stupisce infatti che le anime belle del politically correct, quei sofferenti cani da guardia del pensiero fracido, quelli che insorgono brandendo il forcone dell’antirazzismo militante contro ogni immagine o parola che possa turbare le minoranze nere o mussulmane, accettino con naturalezza che i cittadini delle nazioni che sono state la culla della civiltà europea, vengano definiti “maiali”. Dietro questo disprezzo, non ci sono solo considerazioni di tipo economico, ma anche eredità storiche che attraversano l’inconscio dell’Europa laica; eredità dettate dal secolare disprezzo che i paesi protestanti e luterani continuano a nutrire per il cattolicesimo romano e per la cristianità ortodossa.
Sia chiaro, anche i Pigs di responsabilità ne hanno se la loro reputazione non brilla. Qualche mese fa due dei più credibili giornali del mondo, Wall Street Journal e Der Spiegel, hanno rivelato che Italia e Grecia falsificarono i loro bilanci per poter entrare in Europa. La notizia, anche se da noi è stata offuscata dalla ben più importanti e fondamentali news sul processo Ruby o sul colore della nuova maglietta attillata della Minetti, è rimbalzata in ogni angolo del continente; e anche io, che mi sento troppo italiano e poco maiale, un grugnito di rabbia l’ho avuto comunque nei confronti di Prodi e Ciampi, autori del gioco di prestigio.
 La verità è che questa Europa è una grande finzione; è unita da una moneta e da un’ipocrisia. La moneta è quella che è: l’imbroglio della sua creazione ormai è smascherato. L’ipocrisia è la convinzione che popoli, identità, memorie, cittadinanze e appartenenze, siano accidenti di percorso e le costruzioni storiche possano essere imposte arbitrariamente attraverso esperimenti di laboratorio finanziario, sociale ed economico. E i signori di Bruxelles, che poi sono quelli di Londra, Parigi, Berlino, Amsterdam, più parlano di unire l’Europa più la frantumano con i loro progetti autoritari di controllo, di oppressione fiscale, di limitazione alla libertà d’impresa e ai diritti individuali. L’ultimo, in ordine di apparizione, si chiama Esm (Il Vostro ne ha parlato qui) e servirà a ridurre in poltiglia ciò che resta della sovranità degli Stati nazionali e del nostro potere decisionale a vantaggio delle aristocrazie del denaro che ormai governano l’Europa.
Diciamolo una volta per tutte: l’Europa dei maiali è anche quella delle pecore, dei bovini, dei gallinacci. Più che un sogno carolingio assomiglia alla Fattoria degli animali che raccontò Orwell e di quella conserva tutta la natura totalitaria.
Ma la storia rimane un percorso imprevedibile anche per i più scaltri pianificatori. Sarebbe divertente pensare cosa succederebbe se noi, i Pigs, ci stancassimo di essere trattati come scarti di un sistema fallito non solo per colpa nostra e ci mettessimo insieme a pensare un’altra Europa, meno atlantica e più mediterranea.
Nel frattempo facciamo le prove generali di rivincita a questi europei di calcio dove i Pigs hanno fatto vedere i sorci verdi ai virtuosi. Dopo la Spagna, oggi tocca a noi. La speranza è che domenica, la finale, sia uno scontro tra due splendidi maiali.

© Il Vostro, 28 Giugno 2012
Immagine: part. della copertina di Animals, Pink Floyd, 1976