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Nel 1937, dentro le convulsioni di un’Europa che stava percorrendo la strada verso la propria distruzione, Simone Weil individuò quello che era il centro della crisi politica e culturale del suo tempo. In un articolo pubblicato sulla rivista Nouveaux Cahiers, scrisse: “Possiamo prendere tutti i termini, tutte le espressioni del nostro vocabolario politico e aprirli; al loro interno troveremo il vuoto”. La crisi della politica definiva anche la crisi degli intellettuali e della loro capacità di pensare il mondo come stava cambiando e a quale velocità. Simone Weil con quella frase riconosceva sinceramente questo limite.
Ogni tempo di crisi è in fondo la fine di un vocabolario. Quando si acquista la consapevolezza di non avere più parole per descrivere il mondo intorno o quando quelle che ancora si usano non sono in grado di descrivere più la realtà, vuol dire che quel mondo è morto perché rimane immobile al suo appello.
Tutto ciò che è vivo ha un nome e a quel nome risponde. E’ il principio fondante di ogni creazione. Per questo, a tutto ciò che nasce o a tutto ciò che si crea, per prima cosa, si dà un nome. Al contrario, ciò che è morto non può più rispondere ed il suo nome, anche se gridato o ripetuto incessantemente, cade nel vuoto,  si perde in un abisso.
Anche oggi le parole della politica sono un vocabolario vuoto. Lo sono per i politici che non ne hanno consapevolezza ma che percepiscono la distanza abissale tra se stessi e la vita reale; lo sono per gli intellettuali che si muovono dentro queste, come archeologi in una necropoli.
Il nostro vocabolario si è svuotato di significato perché la politica non ha più bisogno di parole. Ha scelto la via dell’immagine molto più comoda e immediata. E soprattutto si è adagiata dalla parte del vincitore nella millenaria guerra tra immagine e parola che ha visto, dal ’900 attraverso i media visivi e poi internet, la prima trionfare sulla seconda e sulla sua fedele compagna, la scrittura. La politica ha accettato le regole di questo nuovo gioco e ha perso. Lo aveva capito, negli anni ’60, uno dei più grandi scienziati della comunicazione, Marshall McLuhan, che in uno dei suoi soliti viaggi oltre i confini del tempo, scrisse: “i politici saranno felici di abdicare in favore della propria immagine, perché la propria immagine avrà immensamente più potere di quanto mai potranno averne loro”.
Ma se la politica diventa immagine, cessa di esistere perché non ha più funzione, perde la sua auctoritas, elimina ogni propria sovranità e riduce il valore del simbolico. Un mondo senza più autorità, non è più pacifico e ordinato; al contrario, come spiegò Hanna Arendt, è un mondo sottomesso alla persuasione, più o meno occulta e alla violenza: molto simile all’attuale società dei media.
Se la politica e gli intellettuali abbandonano la parola, cioè la ricerca di un nome da dare alle cose, diventano parte del grande anonimato che la società moderna sta creando.  Sui media la politica diventa un tassello di una frammentazione complessiva cui non si chiede più di costruire identità, semmai di dissolverle.
La politica al tempo di internet, per colpa della politica stessa e della sua resa incondizionata alle regole del mainstream è  solo un elemento di quella grande “Società dello spettacolo” che descrisse Guy Debord, nel 1967 come “il cuore dell’irrealismo della società reale”. E’ la politica al tempo dei media visivi che ha raccontato un grande scrittore di fantascienza,  J.G. Ballard, fatta di “impressioni fugaci, illusione che ci sia un significato sopra un mare di vaghissime emozioni”; una politica virtuale che “non ha nessun legame con la realtà”. E’ la politica della tv, ma anche quella dei social media dove non si sa più creare consenso ma solo articolare dissenso. La politica che, nella frammentazione nebulosa della rete, non sa più avere visioni, prospettive per il futuro sulle quali costruire partecipazione, ma solo aggregazioni fluttuanti attorno a singole cause. E’ la politica che non ha bisogno di leadership perché tutto è orizzontale e persino le rivoluzioni (come la Primavera araba nata sui social media) possono essere fatte senza capi, né leader, né visioni, ma con il solo obiettivo di imporre nuove tecnocrazie e nuovi ordini post-politici.
Se è così, questa politica non ha più bisogno di dare nome a nulla perché essa stessa non ha più nome. Si accontenta di una bella inquadratura, di una discreta intervista, di una bella faccia e mentre è tutta indaffarata a costruire la sua immagine, continua a perdere pezzi di sovranità a vantaggio di chi governa con più efficacia i processi.
La politica e gli intellettuali devono tornare a dare un nome alle cose attorno a loro e riscrivere un vocabolario ormai vuoto. Sforzarsi non più di apparire ridisegnando le idee forza con cui  governare questa fase della storia, abbandonando quel moderatismo cerebrale che sta condizionando l’Occidente e l’Europa. E’ una questione vitale. Senza nominare più il mondo la politica è muta.
Per esempio, se noi oggi a voce alta urlassimo la parola “Democrazia!”, cosa ci risponderebbe? Un tempo era chiaro cosa si sarebbe voltato verso di noi: un parlamento, un’assemblea popolare, una Costituzione, insomma, elementi di una qualsiasi forma di governo capace di opporsi ad assolutismi e totalitarismi, garantendo la difesa dei diritti individuali e collettivi. Ma oggi che nome dare alle moderne “democrazie regolatorie”? In passato nessuna dittatura era mai riuscita a controllare in maniera così pervasiva la vita degli individui, braccati in ogni loro desiderio, abitudine, virtù debolezza, tracciati 24 ore su 24 attraverso  carte di credito, sim telefoniche, nuvole wi-fi; controllati e protetti ma anche spiati, da telecamere e droni civili. Schiacciati da un sistema di regole, obblighi, ordinamenti, burocrazie mostruoso. Ascoltati, monitorati, evidenziati, ovviamente per i supremi fini della giustizia e della libera informazione. E’ ancora democrazia ciò che Deleuze chiama la moderna società del controllo? Oppure, è democrazia questa Europa imposta come un macigno sulle nostre libertà, sulle nostre economie, sulle nostre identità e costruita senza partecipazione né consenso? E come può la politica affrontare il tema delle nuove libertà e dei nuovi diritti se non è in grado di dare un nome a ciò che sta avvenendo attorno?
Ciò che vale per la parola democrazia, vale per tutto il resto: libertà, Stato, nazione, identità, cittadinanza, potere, comunità, guerra, partecipazione, socialità, che parole sono? Cosa rappresentano oggi? O meglio come si possono chiamare? Il vocabolario della politica è vuoto perché la politica e la cultura sono troppo indaffarate nei salotti televisivi o su Twitter.
Senza più nomi attribuibili, le categorie della politica, della filosofia, della morale e quelle del reale sfumano e il futuro diventa incontrollabile. E il tempo di questa crisi sarà più lungo del previsto. Dare i nomi significa re-impossessarsi del mondo. Lo aveva compreso uno dei grandi maestri del pensiero contemporaneo, Ernst Jünger: “Dare un nome agli eventi futuri è un atto di grande responsabilità. I nomi non sono solo concetti, ma hanno il potere dell’evocazione”.
Senza il coraggio di dare nome alle cose, non ci sarà più bisogno di evocare la realtà, né di costruire il futuro; basterà gestire il presente. E allora non ci sarà più bisogno della politica. Basteranno i tecnici.

© Il Tempo, 05 Luglio 2012
Immagine:
René Magritte, Il Principio del piacere (ritratto di Edward James), 1937