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József Mindszenty fu un prete. Un grande prete. Anzi, fu una delle più straordinarie figure morali del ‘900. Non un mistico, né un patriota. Qualcosa di più: fu uno di quelli che provò a spiegare al mondo come la libertà dovesse prendere la forma dell’uomo; di ogni uomo, altrimenti non è libertà. Conobbe le galere naziste e quelle comuniste. Da quelle comuniste fu liberato a furor di popolo nel 1956 durante la rivolta di Budapest, mentre in Occidente politici e intellettuali “liberi” (come il nostro Giorgio Napolitano) facevano il tifo per i carri armati sovietici che quella rivolta schiacciarono nel sangue. Poi, da cardinale, si oppose alla politica di accomodamento che il Vaticano decise di adottare con i regimi dell’Est a partire da quello della sua Ungheria. Capì che non vi era Realpolitik che potesse giustificare la resa incondizionata ad un sistema tirannico. La libertà viene prima di tutto, per questo fu sollevato dal suo incarico da Paolo VI.
Questa Europa di carta straccia e di cartamoneta, probabilmente non sa proprio chi sia József Mindszenty. O meglio, preferisce non saperlo perché quelli come lui ci aiutano a capire dove abita la libertà e dove stanno andando le attuali democrazie. Fu lui, infatti, ad ammonirci che “il nemico non si mostra mai a noi come un nemico. Ma ci appare come uno che vuole salvarci da un disastro”. Ecco, oggi gli Stati sotto cui viviamo sembrano fare questo. Apparentemente ci vogliono salvare (dalla crisi economica, dall’insicurezza, dalla mancanza di futuro), in realtà rosicchiano, giorno dopo giorno, pezzi della nostra libertà economica e sociale, dei nostri diritti naturali, della nostra autodeterminazione. Questo può avvenire sotto forma di oppressione fiscale che riduce la ricchezza dei ceti produttivi e delle classi medie a vantaggio di un sistema sempre più di tipo feudale; sotto forma di controllo dell’individuo in ogni aspetto della sua vita sociale e privata. Sotto forma di negazione di ogni attività dentro un sistema burocratico fatto apposta per impedire creatività e libera impresa.
Tibor Machan, uno dei più intuitivi filosofi libertari del nostro tempo ha spiegato come la democrazia rischia di opporsi sempre più alla libertà, sopprimendola e lasciando ai cittadini l’illusione di poter scegliere dentro l’apparenza del gioco elettorale, ben sapendo che le scelte vere avvengono altrove fuori da qualsiasi controllo e visibilità. Per i padri fondatori della democrazia americana l’uomo doveva essere libero e la democrazia doveva servire, non a regolare la libertà, ma a regolare coloro che governavano per garantire le leggi che proteggevano la libertà. Oggi, invece, “la democrazia si occupa di ogni aspetto della nostra vita”.
Lungo il viale della storia, dobbiamo ricordarci che la libertà abita nella prima casa. La democrazia forse nella seconda. La maggioranza, l’opinione pubblica in quelle dopo ancora. Quando ci allontaniamo troppo dalla prima casa percorriamo un sentiero di cui non c’è fine. Ecco perché ribellarsi in nome della libertà ad ogni forma di costrizione dello Stato, sia esso una dittatura o una democrazia regolatoria, non è altro che un ritorno a casa.

 © Nota Politica, 17 Luglio 2012
Immagine: © Denis Olivier, Dreamspace reloaded #39, 2009