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I politici italiani sembrano i seguaci del reverendo Jones, quello che, negli anni ’70, fondò la setta del Tempio del Popolo.  Stanno lì, tutti in fila davanti al bidone, pronti a bere il cocktail al cianuro preparato dai sacerdoti. Era il novembre del 1978, e nella giungla della Guyana si consumò il rituale di uno dei più grandi suicidi di massa della storia: 912 persone decisero di darsi la morte volontariamente, istigate da colui che riteneva di essere nientemeno che la reincarnazione di Gesù Cristo e Lenin. Per carità, non vogliamo essere fraintesi: non c’è nessun Jim Jones in giro, anche se qualcuno che si crede Gesù Cristo ogni tanto si vede. Eppure, se la politica non è morta, diciamo che sta facendo di tutto per preparare il proprio suicidio di massa. Rimane oscuro il motivo per cui, tra i politici italiani, anche laddove esistono indubbie qualità individuali di autonomia, intelligenza, libertà, competenza e onestà del tutto trasversali rispetto agli schieramenti, non si riesca a capire che la partita in gioco non può essere un seggio elettorale, un punto in percentuale, una richiesta di visibilità ruffiana, ma la sopravvivenza stessa della politica di cui i politici, fino a prova contraria, dovrebbero sentirsi parte. Invece, ciò che irrita è vedere i migliori di loro, come un gregge sacrificale, procedere a capo chino verso il baratro, come se il suicidio fosse un destino ineluttabile.
L’ultimo passo, in ordine cronologico, è stata la recente ratifica dell’Esm, il Meccanimo europeo di Stabilità che trasferisce la materia di bilancio (e quindi le politiche economiche e fiscali) dal Parlamento ad un organismo sovranazionale burocratico, di cui i governi nazionali non avranno alcun controllo. Il fatto che in Italia tutto si sia svolto nella totale assenza di uno straccio di dibattito pubblico, con la silenziosa complicità dei grandi media che hanno provveduto a tessere una trama del silenzio sull’argomento, amplifica il senso di frustrazione verso una politica che si sente inutile da sola. Perché, poiché nessun paese può essere obbligato a ratificare trattati che di fatto limitano la sua sovranità, se non con la forza o con la consapevolezza che quell’atto produrrà effetti positivi, il fatto che nessun parlamentare, tra quelli che hanno votato, abbia saputo spiegare perché ha votato (tranne qualche obbligata e formale dichiarazione dettata da qualche replicante portavoce), fa sorgere il sospetto che ben pochi sapessero veramente cosa hanno deciso e perché. Un altro passo avanti verso il suicidio.
Il punto è che mai come oggi, che la politica è visibile, toccabile, mediaticamente percepibile, essa appare inutile. Il suo luogo elettivo e sovrano, il Parlamento, è svuotato di funzioni, delegittimato, privo persino di quel potere simbolico che perlomeno continuano ad avere molte delle inutili monarchie europee. I parlamenti nazionali sono luoghi decisionali troppo piccoli per le grandi sfide globali (oggi gestite e governate da tecnocrazie prive di volto, identità e legittimazione), e nello stesso tempo sono luoghi troppo grandi e lontani per i bisogni locali, legati al territorio o alle nuove segmentazioni sociali che prendono il sopravvento e di cui la politica spesso sembra neanche rendersi conto.
In Italia il fenomeno assume connotati inverosimili. In questi ultimi anni la classe politica italiana, più che in una casta, si è trasformata in una setta. E come tutte le sette ha costruito attorno a sé quello che gli psicologi chiamano “distacco isolante”, una perdita completa di senso della realtà con progressivo auto-isolamento. È un fenomeno strettamente legato alla morte dei partiti e alla fine delle leadership. I nostri politici hanno trasformato il parlamento e le sue dependances televisive nella comune della Guyana da dove pensano di capire il mondo, che ovviamente è molto diverso da quello che immaginano. Il politologo francese Michel Maffesoli ha spiegato che la politica, per avere un senso, dev’essere “espressione e garante dell’essere-insieme del corpo sociale”. Ma ciò presuppone che la politica abbia una visione organica della complessità del reale, della sua contraddittorietà, delle sue molteplici forme. In questa maniera essa può generare conflitti su visioni del mondo mentre oggi, al massimo, li genera sulla percentuale di sbarramento di una legge elettorale. Non solo, ma se il suo orizzonte non va più in là di una palma e una noce di cocco, è difficile che essa riconosca il proprio ruolo decisionale e autonomo. Questo spiega perché la politica ha paura di rivendicare la propria auctoritas, in quanto espressione di volontà popolare, e si sta riducendo ad essere esecutore di decisioni prese dai tecnocrati e legittimate dall’imbecillità mediatica.  
Ma la politica non può essere semplice amministrazione del reale o regolamentazione delle cose; per questo basta un Consiglio d’amministrazione, non serve un Parlamento. La politica è il luogo della sovranità rappresentativa del corpo vivo della nazione, cioè del popolo e dei cittadini che liberamente decidono chi li deve governare. Quando, ad esempio,  un Parlamento legittima un governo che lo ha esautorato della sua funzione, questo Parlamento è inutile e ciò che rappresenta è morto.
La politica si prepara al suicidio e nulla sembra poter fermare questo processo. Senza più partiti, senza più leadership, si acquieta nel comodo gregge del “sondaggismo militante” che i media dei grandi poteri alimentano dietro l’ imbroglio imbonitore dei nostri tempi: quello dell’ “opinione pubblica”.
Eppure, una differenza trail i politici italiani e i seguaci del reverendo Jones c’è: i primi si suicidarono dietro la promessa di un paradiso che il vivace santone aveva loro garantito. I secondi si stanno suicidando dietro la promessa di un seggio che nessuno potrà garantire loro.

© Il Tempo, 31 Luglio 2012