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Non sopporto quelli che dicono: “Io l’avevo detto!”. Eppure, io l’avevo detto. Anzi scritto: “la tecnocrazia ecologica ha bisogno di una politica che non puzzi e non faccia rumore”; è questa la condizione essenziale perché i tecnici possano lavorare in santa pace, senza interferenze, né distrazioni e procedere spediti verso la soluzione della crisi economica che solo qualche malpensante da strapazzo può credere che non sia il loro principale scopo esistenziale. E se la politica è ormai una cosa anacronistica, figuriamoci la democrazia; per questo il fine del nuovo orizzonte tecnocratico deve essere quello di trasformare i parlamenti nazionali in qualcosa che faccia credere a tutti noi che essi ancora servano, ma in realtà sono più inutili di un gettone telefonico; perché ridurli  a “bivacchi di manipoli” come voleva fare un tizio un po’ di tempo fa, non sarebbe chic ma certo più dignitoso. Invece, trasformandoli, per esempio, in collegi di revisori di conti di bilanci e politiche economiche che vengono decise altrove, questo è più in linea con la moda econometrica a cui sono ridotti popoli e nazioni. Ma non pensate di vedere scritte queste idee da qualche parte, né di incontrare teorizzatori di eutanasie democratiche. La dissimulazione è la regola fondamentale della moderna tecnocrazia prodotta in laboratorio. Eppure può succedere che a causa della pressione a cui comunque sono sottoposti, o a qualche rilassamento dettato da eccesso di sicurezza, anche i migliori tecnici nati in provetta svelino inconsapevolmente la loro vera visione della realtà. È successo a Mario Monti, scivolato su un paio di interviste in cui, abbandonando il suo leggendario “stile sobrio” per un atteggiamento spavaldo e sfrontato, ha fatto incavolare un po’ tutti. Prima su Der Spiegel, e poi sul Wall Street Journal, il germanico premier italiano, preso a modello dai modellisti del nuovo ordine europeo, ha lasciato il posto ad un guappo partenopeo un po’ sfrontato e arrogantello; mancava solo che concludesse le interviste con un “hué, guaglio’” e stavamo a posto.
Sul settimanale tedesco, Monti ha detto che “ i governi devono educare i Parlamenti”. Poi, preso dall’entusiasmo, ha aggiunto che “se i governi si facessero vincolare del tutto dalle decisioni dei loro Parlamenti allora una disintegrazione dell’Europa sarebbe  più probabile dell’integrazione”. Affermazioni, queste, che potevano anche passare inosservate, se non provenissero da uno che guida un governo senza essere stato eletto da nessuno ma contando solo sull’appoggio di un’innaturale maggioranza parlamentare del tutto diversa da quella votata e scelta dai cittadini del paese che governa; dimenticando che l’Europa si sta disintegrando proprio perché qualcuno sta disintegrando le sovranità nazionali (e i rispettivi parlamenti) e non il contrario. Le parole di Monti, poi, sono state lette in Germania come un tentativo di imporre, ad un parlamento sovrano, le politiche dettate dal governo di Bruxelles. Le sue frasi hanno irritato a tal punto i tedeschi che il ministro degli Esteri è arrivato a dire che “il tono del dibattito è diventato pericoloso”, generando quello che un osservatore attento di questioni eurozoiche come Evans-Pritchard, ha definito “il punto più basso delle relazioni tra Germania e Italia, dalla Seconda guerra mondiale”, periodo in cui i tedeschi qualche motivo per avercela con noi ce l’avevano, e in fondo anche noi con loro.
Il giorno dopo, il Wall Street Journal, ha pubblicato un’altra intervista a Monti realizzata un mese fa e stranamente fatta uscire solo ora (chissà perché). Stavolta il premier ha fatto incavolare i parlamentari italiani di una parte della sua colorata maggioranza (quelli del Pdl) spiegando che “se il precedente governo fosse ancora in carica, lo spread dell’Italia sarebbe ora a 1200”; affermazione un po’ azzardata, perché per giustificarla Monti ha dovuto dire, con sprezzo del ridicolo, che si trattava di una proiezione a perimetro costante degli effetti della speculazione sul nostro paese; cosa che ha la stessa validità scientifica di dire che “se la finale degli europei di calcio tra Italia e Spagna fosse durata altri 90 minuti, avremmo perso 8 a 0”. Chapeau all’economista bocconiano.
La verità è che Monti continua ad avere un’idea della democrazia e dei governi eletti dai cittadini un po’ strana; un misto di fastidio, intolleranza e arroganza di spirito che dimostra, più di ogni altra azione di governo, il vero volto di questa tecnocrazia europea. Ma deve essere chiaro che la strada non è quella che loro stanno auspicando. La fine della politica e la crisi delle forme di solidarietà sociale e di partecipazione (partiti, sindacati, corpi intermedi) genereranno il crollo dell’intera società, non la sua liberazione.
Oltre 15 anni fa, un grande economista eretico, Serge Latouche ha spiegato come la maggiore complessità dei problemi emergenti, la loro riduzione a pura tecnicità, la semplificazione e banalizzazione imposta dai media, avrebbero espropriato gli elettori e gli eletti della possibilità di conoscere e del potere di decidere: “manipolazione e impotenza” avrebbero “svuotato la cittadinanza di ogni contenuto”. Ecco l’Europa che la tecnocrazia vuole. Senza più cittadini, né popoli, né nazioni, né legittimi rappresentanti: una semplice massa da consumo e debito, rimbecillita dai media.
Chi non l’avesse fatto, legga “Regno a venire” di J.G. Ballard,  spietato paesaggio disegnato attorno al nostro prossimo futuro.

© Il Vostro, 8 Agosto 2012
Immagine: Diane Arbus, Patriotic young man with fla NYC, 1967