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Pare che i dirigenti del Pd siano costretti a prendere il numeretto per mettersi in fila a menar schiaffoni a Matteo Renzi. Non passa giorno che il giovane dirompente sindaco di Firenze non riceva qualche sganassone dai bodyguard di Bersani, Veltroni e D’Alema. Persino l’economista Piero Ichino, che pure con Renzi collabora, di fronte all’invito impertinente fatto, giorni fa, a Veltroni di andare a scrivere romanzi invece che fare politica, ha risposto piccato che, se Renzi può candidarsi, è merito di Veltroni che ha ideato un partito “imperniato sulle primarie”. Risposta debole, perché è come dire che, se Veltroni ha potuto fare carriera politica nel Pci, è merito dell’Internazionale comunista che gli ha “imperniato” il partito dove lui militava sui finanziamenti illeciti; quindi, se Renzi deve dire grazie a Veltroni, allora Veltroni dovrebbe dire grazie a Stalin, cosa che per uno “mai stato comunista”, sarebbe un bel paradosso.
La realtà è un’altra: il nervosismo con cui, anche quotate intelligenze di sinistra si sentono costrette a replicare ad ogni uscita del sindaco di Firenze, soprattutto per difendere una classe dirigente indebolita e delegittimata, dimostra la difficoltà dell’establishment piddino ad arginare l’impeto del capo-rottamatore della sinistra italiana.Renzi è temuto molto più di Vendola poiché rappresenta una sinistra non inquadrabile dentro uno schema ideologico rigido. I suoi contorni sono più fumosi, indefinibili, quindi più adatti in una fase in cui le identità radicate sembrano vacillare e l’elettorato di sinistra ondeggia tra l’antipolitica grillina e il disincanto generato dalla scoperta che l’antiberlusconismo militante era una bufala necessaria al circo Barnum degli intellettuali impegnati e dei padroni del vapore.
Eppure Renzi potrebbe rappresentare un momento di passaggio salutare per la sinistra italiana, e questo indipendentemente dai risultati che otterrà o dalla capacità che avrà di costruire aggregazione e consenso stabile attorno a sé. La sua strategia appare chiara e per questo spaventa così tanto. E’ una strategia marcata, netta e diretta: per prima cosa colpire al cuore il sistema riproduttivo del Pd, disarticolandone i centri di potere che autogenerano una classe dirigente preistorica che tende a conservarsi, a riprodursi e a non cedere alcuna posizione negando ogni possibile rinnovamento; cosa che potrebbe determinare un effetto strascico anche nel Pdl ormai scomparso dai radar della politica, rivitalizzando l’intero sistema. Anche la sua strategia mediatica colpisce perché, a differenza di quella melliflua e ammorbidente di Vendola, quella di Renzi appare poco conforme al cloroformio comunicativo che la sinistra ha avuto in tutti questi anni. L’irruenza, la provocazione, la vis polemica e il suo atteggiamento canzonatorio lambiscono il sentimento di antipolitica che pervade anche l’elettorato di sinistra, senza mai sconfinare nella delegittimazione. Di questi tempi il cinismo di Renzi è più incisivo del lirismo vendoliano.
Insomma, Renzi convince in una fase storica in cui il sistema politico è al collasso; e convince perché ha capito che oggi il moderatismo (in tutte le sue forme) è il suicidio della politica. Convince perché può provare a riempire il vuoto politico che ha caratterizzato la sinistra italiana degli ultimi 20 anni e che l’ha portata a firmare una delega in bianco a magistratura, centri di potere economico e mediatico. La sinistra prestanome di procure, tecnocrati e intellettuali si è fatta dettare da questi linee, strategie e complessive visioni della realtà relegando nello scantinato l’idea che il berlusconismo dovesse essere combattuto per via politica. Renzi, a differenza di Veltroni, D’Alema e Bersani, è il peggiore nemico del berlusconismo proprio perché non ne ha l’ossessione non lo insegue, non dipende da esso. Anzi, ad esso attinge liberamente con ironia e curiosità. E questo temono anche nel centrodestra tanto da dover dire che “Renzi verrà da noi”, per esorcizzare la paura di quanti del Pdl andranno da lui.

Per il Rottamatore è arrivato il momento di riaggiustare i cocci, di raccogliere i pezzi di un sistema politico in frantumi e vestire i panni del leader. Ma deve stare attento: la politica italiana è piena d’incompiuti, prigionieri del personaggio che loro stessi si sono costruiti. E per Renzi, il rischio più grande è quella di finire nella trappola dell’eterno monello impertinente. Renzi, il maledetto toscano, ha le qualità per farcela appena deciderà d’essere meno Giamburrasca e più Machiavelli.

© Il Tempo, 16 Settembre 2012
Immagine: Arnold Neumann, Andy Warhol, 1973