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Nel Pdl, ormai tutti vogliono azzerare tutto. Questa idea è un mantra che percorre le liturgie del centrodestra da troppo tempo e come ogni mantra, viene a volte sussurrato, a volte riprodotto mentalmente, a volte, invece, recitato pubblicamente sui giornali o nelle riunioni politiche. Lo recitano semplici fedeli e guru, santoni riciclati dalla Prima Repubblica e praticanti asceti dell’intellettualismo disimpegnato. “Azzerare tutto” è la litania più gettonata nel jukebox del Pdl.
Come ha spiegato il grande storico delle religioni Mircea Eliade, un mantra serve a dissolvere il linguaggio, a distruggere il significato delle parole per poter ascendere nello stadio di coscienza. Eliade, probabilmente confermerebbe che quando i politici del Pdl recitano l’“Azzerare Tutto”, sia che si chiamino Scajola o Alemanno, l’obiettivo è quello di neutralizzare il significato di ciò che dicono per consentire alla loro coscienza di andarsene a spasso.
Ora, la prima questione è che azzerare ciò che non esiste è impossibile; e il Pdl, oggi, è un’entità fantasma di cui si fa fatica a cogliere la presenza nello scacchiere della politica nazionale, mentre calca con grande successo il palco dell’avanspettacolo. Potremmo dire che il leggendario Pdl 2.0 che Alfano sognava di costruire (senza mai troppa convinzione), è oggi è un “Pdl 0.0”, già azzerato nelle sue funzioni fondamentali, quelle per le quali un partito dovrebbe esistere e cioé produrre politica, selezionare classe dirigente, costruire legami con i settori rappresentativi della società civile. Da questa premessa, dire “azzerare tutto” significa poco se chi recita il mantra non ha una visione evocativa capace di dirci cosa succederebbe.
Il primo significato di un azzeramento è una separazione consensuale all’interno del Pdl, che non si risolverebbe con una semplice divisione tra ex An ed ex Forza Italia, come pensano gli ottimisti. Questa semplificazione parte dal presupposto, errato,  che An e Fi fossero, in origine, due blocchi monolitici coerenti per aree culturali e provenienza. Ma non è così. In Fi il principio unitario rappresentato dalla leadership di Berlusconi e imperniato sul progetto liberale dei “professori” (Martino, Pera, Urbani, Melograni, Mathieu), è stato nel tempo annacquato dall’innesto erosivo di ex socialisti, ex democristiani e gruppi di potere trasversale (da CL, a comitati d’affari post Prima Repubblica), che lo hanno ridotto ad icona elettoralistica smentita poi dagli atti di governi berlusconiani che sono riusciti, in alcuni casi, ad essere più statalisti della sinistra.
An, invece, è stato un partito che ha ereditato l’organizzazione tribale del vecchio Msi, funzionale quando era fuori dall’arco costituzionale ma incapacitante per una forza politica che doveva costruire un modello di destra moderna. Tanto più che dentro An le diverse anime culturali (la destra sociale di Alemanno, quella nazionalista di La Russa e Gasparri, quella inutile di Matteoli) erano più spesso filtri per mascherare odii personali, rivalità e interessi di piccola bottega.
Quindi, nel caso in cui il Pdl dovesse dividersi, bisognerà immaginare uno scenario di frammentazione più complesso e forse definitivo per il centrodestra, almeno fin quando non dovesse emergere un’altra leadership carismatica (di cui non c’è traccia nemmeno oltre l’orizzonte) o fin quando non si sarà in grado di costruire sintesi politiche oggi impensabili.
Il secondo significato è che l’idea di azzerare tutto voglia dire che l’attuale classe dirigente del partito, responsabile di questo fallimento, faccia qualche centinaio di passi indietro. Non basta che i diversi capicorrente e dirigenti nazionali dicano “azzeriamo tutto”; occorre che aggiungano “e per farlo ci mettiamo dietro la lavagna con il cappello a punta in testa e lasciamo a figure nuove l’onere di rimettere in piedi quello che noi abbiamo distrutto”. In altre parole, facciano quel gesto di generosità che non hanno fatto in questi mesi, quando hanno costretto alla resa incondizionata Angelino Alfano. Anche se forse ormai è troppo tardi.
In realtà, in tutto questo dibattito, c’è un grande assente: Silvio Berlusconi. Spetta a lui la decisione ultima sul futuro del centrodestra, sempre che abbia voglia; ma deve fare in fretta. Oggi il Pdl è una centrale nucleare di vecchia generazione con i reattori a forma di groviera. Non produce energia e inquina l’aria della politica. Riconvertirlo ad energia pulita o dismetterlo renderà più ecologica la nostra democrazia.

© Il Tempo, 2 Ottobre 2012
Immagine: Aaron Siskind, Rome 5, 1967