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Fu Ronald Reagan a disegnare l’immagine più rappresentativa del movimento conservatore americano; un’immagine che ancora oggi viene ripresa in ogni dibattito sul destino del Gop, il Grand Old Party, com’è chiamato il Partito Repubblicano, che sarà pure un “Grande Vecchio”, ma, a differenza dei partiti conservatori europei, ha la vitalità di un ragazzino. Fu Reagan a dire che il Partito Repubblicano doveva essere uno “sgabello a tre gambe”, in cui ogni gamba era un elemento portante, inscindibile, senza il quale lo sgabello sarebbe caduto a terra sotto il proprio peso. Le tre gambe simboleggiavano le tre anime fondanti della destra americana: quella nazionalista, incentrata su una forte difesa degli interessi nazionali e sulla sicurezza, quella economica, basata sulle posizioni liberali della scuola di Chicago, e quella religiosa, che puntava alla difesa del sistema di valori sociali e culturali americani.
Anche il centro-destra inventato da Berlusconi è nato come uno sgabello a tre gambe, dove l’intuizione fusionista del Cavaliere è stata paragonabile a quella di Ronald “The Gipper”: una destra liberale in campo economico (la componente fondativa di Forza Italia), una destra identitaria e nazionalista in campo politico (raccolta attorno al processo evolutivo dell’ex Msi) e una destra religiosa nella difesa dei valori cattolici, dalla vita alla famiglia naturale (concentrata nelle componenti di destra della vecchia Dc e in quella ciellina).
Negli anni, lo sgabello conservatore americano ha sempre mantenuto un sostanziale equilibrio, pur con le dovute differenze dettate dai periodi storici e dalle diverse sensibilità delle leadership: Reagan privilegiò la destra libertaria economica, mentre Bush quella più nazionalista e religiosa, caratterizzata dal ruolo dei neo-con in politica estera e delle componenti evangeliche nelle scelte di politica sociale e etica.
Al contrario in Italia, al di là dei nobili intenti, lo sgabello italiano è sempre stato zoppo; delle tre gambe, il falegname ne ha fatta una più corta: quella liberale. E questo difetto, generato dalla differenza tra il progetto iniziale e l’esecuzione pratica, ha impedito a Berlusconi non solo di rispettare i programmi e le promesse, ma anche di garantire uno sviluppo di visione complessiva per il Paese. I liberali, dentro il Pdl, sono sempre stati ospiti scomodi, nonostante la retorica sulla “rivoluzone liberale” che ha attraversato il ventennio berlusconiano. Lo dimostrano il fallimento delle politiche economiche e l’arretramento di ogni riflessione attorno al tema del rapporto Stato-individuo.
Anche il recente “Manifesto per il bene comune della nazione”, sottoscritto da alcuni dei massimi esponenti del centro-destra con lo scopo di “declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale”, taglia completamente fuori l’anima liberale del Pdl. I sottoscrittori rappresentano l’area cattolica (Quagliariello, Gelmini, Formigoni), l’area riformista (ex socialisti come Sacconi) e la destra ex An (Alemannno, Gasparri); neppure un esponente dell’area liberale. E infatti si vede. Il manifesto sottolinea la necessità di rafforzare le battaglie più “confessionali” (difesa della persona, della vita dal concepimento alla morte naturale e della famiglia naturale) e quelle più identitarie (cittadinanza e critica al multiculturalismo), e sostanzialmente nulla su una moderna visione liberale dell’economia e nulla sul tema dell’invadenza dello Stato sulla vita dei cittadini attraverso l’oppressione fiscale, l’ingerenza nel sistema produttivo e il controllo sociale.
I liberali nel Pdl sembrano esiliati in Patria, una patria di cui sono stati fondatori più di altri. Non è un caso se sono loro quelli che vivono con maggiore sofferenza il rapporto con il governo dei tecnici espressione dell’economia finanziaria e lo svuotamento di sovranità nazionale indotta dal ricatto della tecnocrazia.
Viene da chiedersi se la piccola ma agguerrita pattuglia liberale, dentro il Pdl, abbia ancora posto o se, al contrario, non le convenga cercare altrove nuove sintesi; magari proprio con quegli ambienti di destra identitaria più attenta ai valori della difesa della libertà individuale e della sovranità della politica contro il dominio delle tecnocrazie e la deriva totalitaria del progetto europeo.
Del resto, se gli strateghi del nuovo centrodestra pensano di potersi tenere tutto per sé, uno sgabello con due sole gambe, si accomodino pure. Presto si ritroveranno seduti su un puff.

© Il Tempo, 16 Ottobre 2012
Immagine: Richard Avedon, Ronald Reagan, 1993