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Il dibattito televisivo dell’altra sera lo ha confermato: Matteo Renzi ha vinto comunque vadano le sue primarie. Ha vinto nonostante i suoi denigratori, quasi tutti nel centrosinistra, e nonostante i suoi estimatori, quasi tutti a destra. Ha vinto nonostante non sia amato da quel partito, che lui ama anche meno; nonostante una sinistra impaurita e goffa abbia trasformato le primarie del Pd nel labirinto del Minotauro. Renzi ha vinto perché ha rimesso in moto l’automobile di una sinistra ferma da anni sul bordo della strada con le gomme bucate; ha vinto perché, in poche settimane ha riscritto un’agenda politica, culturale e comunicativa che era scolpita tra Berlinguer, Prodi e Zapatero.
Renzi ha vinto, nonostante i molti nemici e il molto onore che gli va riconosciuto; nonostante le ossessioni di Repubblica che ha trovato in lui la nuova preda da sbranare, nello sport venatorio preferito: la caccia a chiunque s’interponga tra sé e l’insano progetto elitario e laicista di un’Italia purificata dal popolarismo di destra o di sinistra.
Matteo Renzi ha vinto soprattutto perché ha capito che, in questa fase convulsa della politica italiana, c’è solo una qualità che distingue un leader da un aspirante candidato: il tempismo. Perché nel momento in cui un intero sistema crolla, un leader dev’essere come un danzatore, istintivamente capace di trovare la scelta del tempo, il passo giusto e alzarsi oltre il limite della paura e del consentito. Lo ha ripetuto recentemente a Firenze: “in questo momento di crisi della politica restare chiusi dentro le mura sarebbe un atto di pavidità e di vigliaccheria”. E questo ha fatto Renzi: mentre gli altri se ne stanno lì a giocare con i tatticismi, gli equilibrismi, le moderazioni nel tempo più smoderato della storia d’Italia, lui è partito, fregandosene di tutto e tutti, ha conquistato la collina e ha piantato la sua bandiera; ora sta lì, a guardare i suoi rivali affannarsi ad inseguirlo.
Il defilarsi del Cavaliere dalla scena politica lo aiuterà più di quanto aiuterà la sinistra brontosaura che in questi anni è vissuta cibandosi esclusivamente di antiberlusconismo. Loro dipendono da Berlusconi, Renzi no. E ora che Berlusconi non c’è più, non ci sono più nemmeno loro. Bersani potrà anche vincere le primarie, ma ha comunque perso, perché la sinistra futura sarà, innanzitutto,  “renziana”.
Ma Renzi ha vinto anche la gara di specchi con l’altra parte; ha vinto perché è lui ad aver costretto il centrodestra a pensarsi oltre il berlusconismo. Perchè è lui, non Alfano, ad aver innescato il desiderio di cambiamento in un’area politica impaurita dal declino del suo leader e oltraggiata da una corte dei miracoli di arroganti, ladri e incapaci che hanno ridotto quello che solo tre anni fa era il più grande partito conservatore europeo, a trattare decimali di percentuale con i grillini. È lui, quando dice ai notabili del suo partito “il vostro tempo è scaduto”, a spingere in avanti anche le lancette della destra. Matteo Renzi ha vinto perché ha costretto quelli dall’altra parte a mettersi a cercare “il Renzi di destra” e oggi il mondo sembra rovesciarsi: mentre la sinistra ha un leader, a destra si scrivono manifesti e si fanno inutili riunioni. Le prossime primarie, del Pdl con ostinazione volute da Alfano saranno il primo banco di prova per dimostrare se la parola “centrodestra” ha ancora una vitalità storica o è solo una targhetta da museo.
Ma le primarie, per se stesse, non sono importanti; né è importante chi guiderà il prossimo governo ancora impaludato dentro gli interessi delle tecnocrazie e dell’europeismo ammazza-popoli. Sarà importante il modo in cui lo scacchiere politico italiano si riorganizzerà in un orizzonte di due anni. Renzi comunque ci sarà. Se dall’altra parte ci sarà anche Alfano, dipenderà solo dal giovane segretario del Pdl; dal coraggio che saprà avere nel ridisegnare, oltre il berlusconismo (e magari oltre il Pdl), un progetto liberale, conservatore e identitario per l’Italia, Se saprà guardare negli occhi i responsabili di questo scempio e, come ha fatto Renzi, urlare loro: “avete tradito la speranza!”. Se saprà anche lui, gettare il cuore oltre la paura.

© Il Tempo, 15 Novembre 2012
Immagine: Martine Franck, Tory Island, Ireland, 1995