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Henri Cartier-Bresson, Eleusis, Greece, 1953, © Henri Cartier-Bresson-Magnum

Avanti un altro, c’è posto. Sulla grande giostra europea si gira e si canta con stile sobrio, per carità, ma con la determinazione di chi sa che in gioco c’è il possesso del vecchio continente. Un giorno dopo l’altro i grandi rappresentanti del mondo che conta, quello di cui i mercati si fidano, quelli che sono rassicuranti come vecchi nonni, c’indirizzano verso la prospettiva di un continente finalmente unito e compatto sotto la corona di carta della nuova ideologia: l’europeismo. E sono loro a spiegarci in tutti i modi che le sovranità nazionali sono delle bischerate, anzi degli ostacoli alla ripresa, alla crescita, al progresso dell’umanità, alla sua evoluzione planetaria, al passaggio dal neanderthal al semidio; e quindi bisogna cederle. Da Van Rompuy a Giorgio Napolitano, da Mario Monti a Barroso, passando per Juncker o Schulz,  politici e tecnocrati, banchieri e illuminati, tutti in coro a spiegarci le ragioni per cui dovremmo abbandonarci docilmente a questo grande sogno ecumenico costruito su una moneta fasulla e sul più perfido sistema di ricatto dei popoli: quello del debito. E se il prezzo da pagare sarà recessione, conflitti sociali, perdita di sovranità a vantaggio d’istituzioni prive di legittimità popolare, questo può essere tranquillamente dissimulato; perché l’europeismo è un’ideologia a tutti gli effetti e come tale agisce e si organizza: è assoluto nei principi e intollerante con chi non è d’accordo. Ha il suo apparato propagandistico, le sue oligarchie, i suoi palazzi di vetro schermato, ha i suoi fanatici esecutori sparsi dovunque, pronti a colpire attraverso la delegittimazione chiunque osi mettere in discussione gli assiomi su cui tutto questo si basa.
L’europeismo sta portando l’Europa verso la sua fine. Lo sanno bene quei signori della finanza che spostano miliardi da un lato all’altro del globo con click e che hanno chiari gli scenari con cui governeranno le loro fortune. Kyle Bass, il fondatore dell’Hayman Capital Management, parlando della crisi dell’Eurozona ha detto recentemente di ritenersi “abbastanza certo che nei prossimi anni scoppieranno guerre e rivoluzioni non soltanto di piccole dimensioni”, solo dopo le quali l’Europa troverà un suo nuovo assetto; perché il mondo non può sostenere un debito complessivo che ha raggiunto il 340% della produzione mondiale (e su cui qualcuno lucra).
I leader politici più determinati si sono accorti da tempo dell’imbroglio dell’europeismo: David Cameron, ha affermato che la Gran Bretagna potrebbe decidere di scivolare verso l’uscita di quest’Europa in cui è troppo evidente “la mancanza di responsabilità democratica nel rispondere del proprio operato e soprattutto di consenso popolare”.
Ma di tutto questo nell’attuale dibattito politico italiano non c’è traccia. Nessuno prova a spiegare agli italiani che il futuro parlamento eletto avrà meno poteri di una riunione di condominio, poiché le scelte fondamentali sulla nostra vita saranno fatte altrove: tra le aule di Bruxelles, negli uffici di Strasburgo e nei salottini dei circoli finanziari. La chiamano “integrazione europea” ma serve a disintegrare l’Europa.
Il paradosso è che oggi essere europei significa essere anti-europeisti; significa richiamarsi all’Europa dei padri fondatori, che fosse quella delle patrie di De Gaulle, quella carolingia di Adenauer o a quella popolare di De Gasperi, ma sempre fondata sulle sovranità nazionali e sul diritto dei suoi cittadini ad autodeterminarsi. Significa ricordare a tutti i sacerdoti della nuova ideologia che l’Europa dei popoli non è europeista: semmai è europea.

© Il Tempo, 21 Gennaio 2013
Immagine: Henri Cartier-Bresson, Eleusi, Greece, 1953