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Zeke Berman, The Sculptor's Studio, Touching and Retouching, 1980, by Zeke BermanVa bene, dopo giorni d’indagini giornalistiche e scoop, ci avete convinto: i contestatori di Crozza a Sanremo erano due, forse uno; anzi probabilmente mezzo. Era uno gnomo, un nanetto da giardino, a ben vedere non era nessuno, forse un ologramma di un’immagine proiettata da Arcore; magari era Crozza stesso ventriloquo. Certo che, quei lunghi interminabili minuti in cui il povero comico si è trasformato in pietra con la bocca impastata, la sudorazione abbondante, le lacrime agli occhi, il principio di svenimento e la volgare strizzetta di chi vorrebbe essere da qualsiasi altra parte fuorché su quel palco, rimarranno nella storia di Sanremo e dell’Eurovisione. Se non fosse arrivato Fabio Fazio con il bicchierino d’acqua e la pacca sulle spalle, Crozza si sarebbe risvegliato in camerino veti minuti dopo cercando di ricordare come si chiamava e la targa del Tir che l’aveva investito.
La realtà è che i grandi fustigatori di costumi, non amano essere fustigati; che siano comici, artisti, giornalisti, registi impegnati, attrici in mobilitazione recitativa, guai a contestarli. Il mainstream che li innalza sopra il livello di noi comuni mortali, è un meccanismo oliato che non consente intoppi; e se per caso qualcosa va male, il sistema finisce in crash down. E più il mondo dei media li trasforma in giganti dell’immaginario simbolico, più i loro piedi d’argilla si sgretolano al primo accenno di crisi di un consenso pilotato.
Non ce l’abbiamo con il povero Crozza che ci fa ridere e anche molto, tranne quando ruba le battute da Twitter o ricicla sketch già visti; ce l’abbiamo con quelli che trasformano quelli come Crozza in ciò che non sono, per coprire il vuoto di ciò che non c’è: vale a dire una vera satira non conformista, libera dal potere (da quello vero, che non è Berlusconi e nemmeno Bersani, né quello ormai trasparente della politica). E ce l’abbiamo con questa sinistra che, siccome non ha più un pensiero per leggere la realtà complessa e caricarci sopra lanci, visioni e intuizioni, allora utilizza i comici, i guitti e saltimbanchi come pista d’atterraggio dei suoi voli a bassa quota.
Nell’Italia del passato, quella sana e in bianco e nero che era capace di sognarsi diversa, i comici facevano i comici senza la pretesa di diventare maitre à penser. Carlo Dapporto raccontava barzellette piene di doppi sensi ma mica dettava linee politiche; Ciccio e Franco costruivano macchiette improvvisate con la mimica e i travestimenti (nella migliore tradizione slapstick americana) ma mai li avreste visti calcare il palco di un comizio. Persino il grande Alighiero Noschese con le sue imitazioni non pretendeva di insegnarci la politica, semmai di dissacrarla un po’ quando la politica contava ancora qualcosa. E Totò, che di satira politica ne faceva assai, si muoveva con l’eleganza raffinata di un nobiluomo napoletano prestato ai bisogni consumistici della democrazia, ma sempre con sarcasmo e aristocratico distacco: il suo “Vota Antonio, vota Antonio” non era un manifesto politico, semmai un’ironia psico-qualunquista.
Forse perché a quei tempi, a pensare la politica, soprattutto a sinistra, c’erano gli intellettuali, quelli seri: gente come Pasolini, Calvino, Pavese. Mentre oggi, da quelle parti, hanno Saviano, uno che riesce a dire che il Papa si è dimesso per influenzare le prossime elezioni italiane; si perché per il guru del banalismo militante, l’evento storico che scuote dalle fondamenta la Chiesa cristiana e la proietta in una dimensione insondabile, in realtà servirebbe a spostare qualche punto in percentuale in una campagna elettorale.
La realtà è che, tra Sanremo e Saviano, l’autolesionismo della sinistra non è più spiegabile con la psichiatria; ormai attiene all’insondabile dimensione dell’idiozia.

© Il Tempo, 16 Febbraio 2013
Immagine: Zeke Berman, The Sculptor’s Studio, Touching and Retouchingm 1980