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napolitano_3Per carità, non occorre ritirare fuori la storia di Budapest ‘56 per una polemica fuori dal tempo; però, che il protagonismo politico di Giorgio Napolitano inizi da lì, occorre ricordarlo, anche perché c’è una continuità nei suoi comportamenti che va oltre i singhiozzi della storia e il fluire degli accadimenti. Fu in quel fazzoletto di Europa sconvolta dalla repressione comunista che il futuro Presidente italiano mostrò in maniera chiara una caratteristica della sua psicologia politica che lo avrebbe accompagnato per sempre. Mentre i carri armati sovietici schiacciavano le ossa e la libertà del popolo ungherese e in Italia molti dirigenti comunisti lasciavano sconcertati il Pci, il giovane Giorgio Napolitano (allora trentunenne) guidava la normalizzazione voluta da Togliatti, rivendicando la legittimità dell’intervento sovietico che, a suo dire, evitava “che nel cuore d’Europa si creasse un focolaio di provocazioni” impedendo “che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione” e contribuendo “a salvare la pace nel mondo”.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata, e Napolitano ha attraversato la storia del comunismo da protagonista critico. Certo, la sua prima condanna dell’Urss avvenne solo con l’invasione in Afghanistan, ma il percorso verso una socialdemocrazia di stampo europeo lo fece diventare il principale interlocutore degli americani, il “comunista preferito”, come lo definì Kissinger.
Eppure quel tratto che manifestò nel ’56 lo avrebbe accompagnato fino ad oggi: l’idea che ogni ordine formale, indipendentemente dalla sua natura, vada preservato da ogni crisi.
Napolitano è uno “stabilizzatore di sistema”, non importa quale esso sia; dai soviet alla tecnocrazia, dall’Europa della Guerra Fredda a quella delle guerre finanziarie, dal mondo bipolare a quello multipolare, il carattere politico di Napolitano è la continua ricerca della stabilità contro ogni cambiamento.
Negli ultimi due anni è lui l’ispiratore dei processi storici e politici nel nostro paese; ed è lui uno dei pochi che ha compreso che l’Italia non attraversa una crisi politica ma di sistema; di questo gliene va dato atto. Un’arcaica Costituzione concede sempre meno strumenti per governare il caos, mentre l’autonomia dei singoli poteri non è più garanzia di libertà ma mezzo per condurre guerre trasversali tra i poteri stessi. Eppure, questa consapevolezza non l’ha usata per accelerare il processo di rinnovamento, ma per normalizzare l’esistente. Se un anno e mezzo fa, di fronte alla crisi del governo Berlusconi e alle sue dimissioni, lui avesse guidato la democrazia italiana verso il percorso naturale delle elezioni anticipate riconoscendo che l’unica sovranità in democrazia è quella popolare, non staremmo a questo punto; oggi avremmo un governo scelto dai cittadini ed un sistema politico non immobilizzato nella retorica incapacitante dei grillini. Invece ha preferito seguire i consigli di Berlino, di Bruxelles e dei grandi mestatori di quest’Europa di banchieri; ha preferito imporre un governo tecnico dietro l’artificio formale di una copertura politica, trasformando un tecnocrate in uno statista, nominandolo senatore a vita da un giorno all’altro; ha consentito che un governo privo di legittimità sostanziale scaraventasse il Paese in un girone infernale accentuando la crisi politica (oltre a quella economica) e concedendo tempo prezioso ai sentimenti di antipolitica che hanno trasformato Grillo in un fenomeno di massa; ha voluto imporre una “stabilità” ad un meccanismo ormai incontrollabile dietro la retorica dell’europeismo ideologico.
Lo stallo di oggi è figlio dell’errore di ieri. E alla fine del suo mandato Napolitano si trova a dover gestire una delle crisi più complicate della storia repubblicana. Non basterà la nomina di qualche saggio di fiducia o l’attendismo per non far esplodere il Pd di Bersani.  Il sistema non può reggere l’ennesimo tentativo di stabilizzare ciò che ormai stabile non è più. Sarà un guaio. Entro un anno si tornerà a votare. Gli stabilizzatori sono sempre sconfitti quando vogliono fermare l’instabilità della storia.

© Il Tempo, 5 Aprile 2013