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lidia-ravera-emblema-300x185Uno legge l’intervista a Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio, e rimane a bocca aperta, immobile, per un attimo sospeso tra il nulla e la fine della politica. È lei, l’autrice di “Porci con le ali”, il romanzo cult della generazione ’68, che su il Nuovo Paese Sera, ci rassicura che la sinistra è ancora viva e lotta insieme a noi. E così, dopo aver detto che: “dobbiamo ridurre la distanza enorme che si è creata tra i cittadini e le istituzioni”, si mette le ali e spicca un volo così pindarico che qualcuno dovrebbe farla precipitare al suolo per provare veramente cos’è il mondo in cui viviamo: “ho rinunciato alla mia libertà e alla mia vita da privilegiata per impegnarmi alla Regione Lazio. Il mio è un grande sacrificio: il primo maggio di ogni anno parto per Stromboli e ci rimango fino alla fine di ottobre, da dove produco reddito seduta sul mio terrazzo. Se ho rinunciato a tutto questo deve valerne la pena”. È bello immaginare questa forma archetipica della sinistra che piace, che ogni primo maggio, invece di scendere in piazza con i lavoratori, se ne va nella sua villa al mare a “produrre reddito”. Nel tempo della crisi della politica, del declino della democrazia rappresentativa, della perdita di legittimità delle istituzioni, dei suicidi degli imprenditori e degli operai, della fuga della speranza, la sinistra si fa rappresentare da gente per la quale il sacrificio è dover rinunciare a godersi il tramonto sul mare delle Eolie.
Lidia Ravera, da una parte, e Bersani dall’altra, dimostrano che il problema della sinistra non è politico, ma antropologico; è quello di un tipo umano surreale, artificiale nella sua incapacità di capire la realtà; un tipo umano sopravvalutato dal circo Barnum dei media e dei salottini che contano. Se la sinistra fosse un’opera d’arte, sarebbe un orinatoio che da decenni cercano di far passare in un capolavoro, come fece Duchamp con il suo. Un tipo umano che vive sulla terra ma sembra venga da Marte; anzi, nemmeno, perché forse un marziano riuscirebbe a capire i problemi della gente più di questa pletora di intellettualoni e burocrati senza sogni.
L’intervista della Ravera è l’altra faccia della fine del Pd che si sta consumando in queste ore e che non ha nulla di romantico, né di storico. Non ci sono lacrime né drammi esistenziali. Non c’è “un’epoca che si chiude”, né un Muro di Berlino che cade, uno sconquassamento della storia, di quelli che trascinano, come un fiume in piena, vite personali e immaginari collettivi. Insomma, la fine del Pd non sarà come quella del Pci;  sarà una fine consumistica dentro la grande catena di produzione e consumo dei partiti moderni. Pochi lo rimpiangeranno e molti se ne dimenticheranno nel giro di breve tempo.
Sono lontani i tempi in cui, su Repubblica, Ezio Mauro rassicurava i suoi lettori che c’era una carta da giocare, e questa carta si chiamava Partito Democratico, “il primo soggetto diverso del nuovo secolo”. Erano i tempi in cui il suo editore-padrone aveva preso la tessera numero uno e Veltroni voleva costruire l’Ulivo mondiale con Clinton e Blair. In cui gli intellettuali che contano, quelli che si piacciono tra loro, quelli che si raccontano addosso, costruivano il nuovo immaginario in grado di liberare l’Italia dagli “antropologicamente inferiori”.
Oggi la sinistra si ritrova con una nuova classe dirigente impreparata e arrogante, di una tale pochezza da far rabbrividire le caricature politiche del centrodestra: Fassina, il mitico Gotor, la Barbie Moretti, gente che nel vecchio Pci al massimo avrebbe attaccato manifesti o venduto salsicce alle Feste dell’Unità.
Matteo Renzi, unica risorsa vera, forse più mediatica che politica, ma comunque capace di aggregare nuove sensibilità e un progetto riformista e moderno e non paleo-socialista, sembra sempre più lontano. In attesa di capire cosa succederà, alla sinistra rimangono Lidia Ravera e il suo nobile sacrificio; sempre che il mare di Stromboli non ce la rapisca nuovamente.

© Il Tempo, 22 Aprile 2013