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Stansstad, 1966Ricapitolando: un eccellente governo monocolore di giovani Dc degli anni ’80-90, con qualche tecnico imposto da Napolitano e qualche simbolico rappresentante di una società civile più mediatico che altro. Il giudizio può sembrare tranchant e ce ne scusiamo, ben sapendo che un governo va giudicato dal suo operato. Vedremo nei prossimi mesi cosa l’esecutivo guidato da Letta (e Alfano) riuscirà a fare per provare a portare fuori l’Italia dal pantano istituzionale nel quale i partiti irresponsabili l’hanno gettata; quali riforme adotterà, almeno per arginare una recessione che sta distruggendo il nostro sistema produttivo, la nostra economia e minando in maniera irreversibile la coesione sociale del paese. Ma alcune considerazioni politiche su come questo governo sembra ridisegnare la mappa politica, vanno fatte.
Che il governo Letta segni la morte della sinistra storica è ormai un giudizio consolidato da parte di molti osservatori. Bersani e i suoi “giovani turchi” sono riusciti a fare in due mesi quello che non è riuscito a fare la caduta del muro di Berlino: e cioè, dissolvere l’esperienza socialista (in tutte le sue accezioni) e disperdere in mille rivoli il suo elettorato. Alla prova del nove, la generazione a cui Bersani aveva dato fiducia (quella di Fassina, di Orfini, della Moretti) si è dimostrata così inadeguata e incapace da essere di fatto eliminata dagli scalpitanti rottamatori di Renzi e dai giovani cool di Enrico Letta. E questi ultimi saranno i due leader che si giocheranno la guida della futura sinistra: non a caso entrambi ex-democristiani. Rimane il problema di dove andrà quella fetta consistente di elettorato di sinistra che di fatto oggi, in Italia, non sembra avere più rappresentanza dentro un Pd il cui asse si sposta sempre più al centro. D’altronde, la storica tendenza della sinistra al suicidio è questione che non attiene alla politica ma alla psichiatria; e da molto tempo.
Eppure, anche all’interno del Pdl ci sono trasformazioni, che magari, a differenza di ciò che accade a sinistra, rimangono sotto traccia per la presenza di una leadership forte che ancora è garanzia di sintesi e coesione. Non è secondario il fatto che tra i ministri del Pdl ci siano solo esponenti di area cattolica e centrista e nessuno di area liberale. Il problema non è semplicemente l’assenza di fedelissimi berlusconiani, cosa che ovviamente risalta ad una prima osservazione e che potrebbe significare due cose: l’abdicazione del Cavaliere all’asse Alfano-Lupi, o (come molti pensano) una volontà di tenersi le mani libere nei confronti di un governo che lui stesso non vede di lunga durata.
Il problema è anche politico. Qualche mese fa, dalle colonne di questo giornale, facemmo un’analisi che fu da molti considerata esagerata e ingenerosa. Era il momento di massima crisi del Pdl, con i sondaggi al 10 per cento, e una parte consistente della sua classe dirigente aveva deciso di strizzare l’occhio a Monti per creare una sintesi innaturale che scavalcasse al centro lo sforzo di tenuta del partito che Berlusconi stava facendo. L’esperimento di Italia Popolare sembrò a molti un tentativo di trasformare il Pdl in una nuova Dc;  bene, oggi è chiaro che quell’esperimento, poi bloccatosi per la crisi di governo dei tecnici, è servito a definire il nuovo assetto all’interno del Pdl. Sono proprio i principali promotori di quell’iniziativa oggi a sedere nel governo Letta.
Il centrodestra voluto da Berlusconi è paragonabile al grande progetto conservatore che in America aveva costruito Reagan. Un soggetto fusionista fondato su tre componenti: una destra liberale in campo economico (la componente fondativa di Forza Italia), una destra identitaria e nazionalista in campo politico (raccolta attorno ad An) e una destra moderata e cattolica (concentrata nelle componenti di destra della vecchia Dc). Oggi, di queste tre anime, due sono praticamente scomparse; una (quella di An) cancellata per l’inadeguatezza dei suoi colonnelli. L’altra (quella liberale) è ormai resa ininfluente in termini politici; cosa paradossale, se si pensa che il sogno incarnato da Berlusconi era quello di una “rivoluzione liberale”. Il Pdl si configura sempre più come un partito centrista, confessionale.
Vedremo nei prossimi mesi gli sviluppi, a destra e a sinistra, di questo trasversale ritorno di una nuova Dc.

© Il Tempo, 29 Ottobre 2013
Immagine: Arnold Odermatt, Stansstad, 1966