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l-ex-ministro-della-gioventu-giorgia-meloni-image-6752-article-ajust_930Giorgia Meloni è consapevole: il rischio è che la sua leadership, oggi invocata da molti per provare a ricostruire una destra ormai marginale nello scenario politico, rimanga ostaggio di un gruppo di reduci in cerca di ricollocazione. Per questo, pur mantenendo un atteggiamento conciliante, ha affermato che non intende prestarsi ad essere la faccia presentabile di una classe dirigente che ha esaurito il proprio ruolo storico.
La questione è più ampia dello striminzito dibattito di questi giorni sulla nascita o meno di una presunta “Cosa nera” a destra del Pdl; riguarda un potenziale bacino elettorale compreso tra il 6 e l’8 per cento che i sondaggisti prevedono possa essere raccolto nei prossimi mesi da un soggetto politico in grado di pescare il consenso tra chi abbandonerà il Pdl senza più la leadership unificante di Berlusconi, e gli oltre 5 milioni di elettori che già ora non lo votano più; elettori ma anche pezzi di classe dirigente sempre meno rappresentata dalla svolta centrista e moderata del Pdl. Una percentuale che, nella frammentazione dello scenario politico, potrebbe acquisire un ruolo importante nei meccanismi di mediazione dentro e fuori le coalizioni.
In questa prospettiva le manovre attorno a Giorgia Meloni e al suo movimento, Fratelli d’Italia, si sono intensificate soprattutto all’indomani della disastrosa sconfitta di Roma che sembra aver ridimensionato il ruolo di Gianni Alemanno come possibile leader di raccolta della vecchia componente di An. Alemanno ha pagato errori grossolani nei cinque anni di governo della città, ma anche scelte politiche incomprensibili. In molti, tra i suoi, non hanno dimenticato che nel giorno in cui la Meloni e Guido Crosetto lanciavano, davanti a 5000 persone, le “Primarie delle idee” in aperta polemica con la scelta del Pdl di annullarle e preparando la successiva rottura con quel partito, Alemanno si raccoglieva in un teatro romano, con Lupi e Alfano, a suggellare l’alleanza moderata con Mario Monti; e vedere il leader della destra sociale srotolare i tappetini alla tecnocrazia finanziaria è apparso qualcosa di inaccettabile a una parte del suo elettorato e della sua classe dirigente.
Appare chiaro che, con il tramonto degli ex colonnelli di An e l’esaurirsi della spinta liberale del Pdl, potrebbe avere spazio un progetto guidato da una leadership giovane e da una classe dirigente rinnovata, non complice dell’ultima fallimentare stagione politica.
D’altro canto le recenti elezioni amministrative sono state un banco di prova chiaro. Nella debacle del centrodestra, l’unica nota positiva è venuta proprio da Fratelli d’Italia, che ha raddoppiato e in alcuni casi triplicato i propri consensi, certo ancora lontani dalle percentuali potenziali, ma rappresentativi di un chiaro segnale di vivacità per un partito nato pochi mesi fa.
Guido Crosetto, che di Fratelli d’Italia è il coordinatore nazionale, ha spiegato che il loro obiettivo “non è costruire una cosa nera, ma una cosa vera”: un soggetto politico, cioè, che sappia superare i confini di una destra ideologica e che tenga fuori “i trombati e i nostalgici dei loro vecchi ruoli”. Più chiaro di così.
La possibile ascesa della Meloni non è sottovalutata nemmeno all’interno del Pdl, dove è vista con preoccupazione per la sua capacità di bucare mediaticamente e di raccogliere simpatie anche in ambienti diversi da quelli della destra storica.
La nascita di una destra liberal-identitaria, radicalmente critica verso le tecnocrazie europee e attenta ai temi della sovranità e delle nuove libertà individuali, rischia di amplificare le contraddizioni di un Pdl stretto tra le incursioni antieuropeiste del Cavaliere e i richiami all’ortodossia eurocentrica del governo di cui fa parte.
L’unica cosa certa è che, in questa lunga guerra di posizione, il centrodestra dovrebbe evitare di inseguire piccole tattiche malate di torcicollo. Perché tra quelli che vogliono rifare Forza Italia e quelli che vogliono rifare An, il rischio è di affondare nel reducismo di una classe dirigente incapace di comprendere la sfida più difficile di questa fase storica; che non è quella contro la sinistra, ma contro la fine della politica. 

© Il Tempo, 21 Giugno 2013