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harold-lloyd1L’Italia è quel paradossale paese in cui un rifugiato politico vero viene espulso con un’operazione di polizia degna di un action film; mentre un rifugiato politico falso lo si lascia vagare per anni indisturbato per le nostre città, per poi ritrovarselo con un piccone in mano ad ammazzare ignari cittadini.
Il caso Shalabayeva è speculare al caso Kabobo, il ghanese che nel maggio scorso insanguinò Milano uccidendo barbaramente tre persone; sono due esempi emblematici di un paese senza più controllo, senza più certezza del diritto, senza più legge (proprio perché con troppe leggi), senza più capacità di proteggere i propri cittadini e quelli che arrivano qui per essere protetti.
Kabobo era entrato in Italia nel 2011 come clandestino facendo immediatamente richiesta di asilo politico e ottenendo il permesso di soggiorno temporaneo previsto dalla legge. Nonostante la sua domanda fosse stata respinta, secondo una prassi consolidata e messa in atto da tutti quelli che entrano irregolarmente nel nostro paese, il ghanese presentò ricorso e, “per motivi di giustizia”, fu inserito nella categoria degli “inespellibili”, quelli che non possono essere rimandati a casa prima che la loro situazione giuridica venga definitivamente risolta da un giudice (cosa che avviene quasi sempre dopo anni). Kabobo era entrato irregolarmente e girava per le nostre città senza documenti e senza fissa dimora; nonostante avesse già precedenti per reati alla persona e al patrimonio non fu espulso per una legge folle, per i ritardi della giustizia e per un insano senso di solidarietà ipocrita e pericoloso.
Alma Shalabayeva e la sua bimba di sei anni erano entrate in Italia regolarmente protette dallo statuts di rifugiate politiche britanniche in quanto moglie e figlia di un dissidente kazako ricercato dal suo governo per reati finanziari e tutt’ora a Londra; eppure sono state oggetto di un’operazione di polizia neanche fosse la cattura Bin Laden, e in 48 ore spedite via dal paese dal quale chiedevano protezione e riconsegnate alle autorità di quello da cui erano fuggite; il tutto, gettando l’Italia in uno scandalo internazionale e in un conflitto di poteri senza precedenti.
Questi due casi sembrano dirci che siamo un paese senza controllo, né capacità di definire processi decisionali, linee di comando, ruoli; è l’intero apparato di sicurezza nazionale che sta saltando. Pezzi dello Stato che non comunicano tra loro, non collaborano, non sanno come muoversi nella complessità della burocrazia. I poteri che dovrebbero garantire il diritto e il funzionamento della vita democratica della nazione sembrano del tutto inadeguati di fronte alla complessità dei processi indotti dalla globalizzazione. Lo Stato, così presente nelle sue funzioni coercitive (quando c’è da chiedere sacrifici ai cittadini o imporre controlli e regolamentazioni), diventa un’astrazione quando c’è da tutelare i diritti fondamentali, unica ragione per cui esso dovrebbe esistere. La nostra crisi non è solo economica ma anche istituzionale e mina il fondamento della fiducia, del patto civile e della lealtà nazionale. Polizia, magistratura, politica, tutti sono coinvolti in questo disastro: persino i servizi d’intelligence perché non dimentichiamo che l’intera operazione Shabalayeva era finalizzata a catturare un “pericoloso terrorista internazionale” con capacità di “azione di forza” in territorio italiano; almeno così ci hanno raccontato le autorità kazake.
Ma se l’ambasciatore di una piccola nazione transcaucasica è riuscito a far saltare l’intero sistema di comando e controllo del nostro paese, significa che il nostro paese non ha un sistema di comando e controllo; significa che l’Italia è in balia di chiunque decida di regolare i suoi conti qui da noi o curare propri interessi sulla nostra pelle.
Prima ancora di scommettere su chi sarà il prossimo a dimettersi (se un ministro, un prefetto, un magistrato o un questore), dovremmo preoccuparci di chi sarà il prossimo (cittadino italiano o meno), a cadere in questa trappola kafkiana che è ormai l’Italia.

© Il Tempo, 18 Luglio 2013
Immagine: Harold Loyd in Safety Last, 1923