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Lewis Hine, Steamfitter, 1909Ned Ludd forse non è mai esistito, è un personaggio creato dalla fantasia popolare; eppure dal mito di questo operaio di Leicester che, alla fine del ‘700, avrebbe distrutto il telaio meccanico della fabbrica in cui lavorava per protestare contro le disumane condizioni di vita degli operai, si sviluppò uno dei movimenti di protesta più radicali della storia d’Inghilterra che alimentò rivolte anche sanguinose, anticipando la nascita del sindacalismo rivoluzionario. I luddisti si opponevano all’ingresso della macchina nel processo produttivo ritenendola uno strumento di alienazione, di perdita di lavoro e di dequalificazione.
L’idea che le macchine possano sostituire i lavoratori nel sistema produttivo, generando così una “società disoccupata”, ha attraversato tutto il ‘900, con previsioni di scenari, se non catastrofici, certo non positivi. Nel 2005, Thomas Friedman spiegava che un effetto della globalizzazione non è solo che un lavoro venga spostato in un paese straniero, ma che “venga spostato nel passato”; perchè il lavoro futuro lo farà la macchina.
Con l’arrivo della rivoluzione digitale, Ned Ludd sembra essere tornato: Brynjolfsson e McAfee, due studiosi del MIT (il prestigioso Massachusetts Institute of Technology), hanno pubblicato uno studio in cui dimostrano la stretta relazione tra il cambiamento tecnologico avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi 15 anni e la diminuzione di posti di lavoro. Grafici alla mano, dal dopoguerra, ad ogni crescita della produttività ha corrisposto una crescita dell’occupazione: le aziende generavano valore grazie alla forza lavoro, sviluppando ulteriore occupazione che aumentava potere reddituale e ricchezza complessiva del paese. Dal 2000, si nota come le linee di produttività e occupazione invece si dividano. All’aumento della produttività non corrisponde più un aumento dell’occupazione: è ciò che i due studiosi chiamano il “grande disaccoppiamento”, attribuendo proprio alla tecnologia le cause di questo processo.
Non solo, ma a questo si somma un secondo fenomeno più dirompente: e cioé la stagnazione del reddito medio, anche a fronte di crescita economica. La rivoluzione industriale era incentrata sulla macchina ed impattava sulla forza lavoro operaia della grande industria e sui livelli inferiori dei processi produttivi. Oggi la rivoluzione digitale è incentrata sulla rete, sullo sviluppo della robotica, sull’intelligenza artificiale, sulla gestione dei big data grazie a computer con sempre maggiore potenza di calcolo e minor costo. La forza lavoro coinvolta nel processo di sostituzione diventa quella dei colletti bianchi (dirigenti d’ufficio e funzionari qualificati professionalmente).
I due studiosi del MIT non sono luddisti, credono nel valore della tecnica; la loro ricerca era partita proprio per dimostrare quanto la tecnologia favorisse la produzione ma hanno dovuto concludere che essa “ha un lato oscuro”, perché “avanza troppo velocemente, mentre competenze e modelli organizzativi segnano il passo”.
Manuel Castells, uno dei grandi teorici della società della rete, pur criticando ogni impostazione luddista, ammette che “le società si stanno dualizzando, con un ampio segmento superiore e un ampio segmento inferiore della struttura occupazionale. Il modello lavorativo intermedio scompare”. In altre parole un’elite di top management tecnologicamente evoluto e una forza lavoro disponibile, flessibile in termini di assunzione e trasferimento, in linea con la domanda del mercato.
Kenneth Rogoff, economista di Harvard e giocatore di scacchi, ha spiegato con una metafora del suo gioco preferito la trasformazione in atto. Quando nel 1997 il primo computer IBM sconfisse il campione del mondo di scacchi Kasparov, gli sponsor che fino ad allora avevano fatto ricchi i grandi giocatori si tirarono indietro; eppure, da allora, il gioco degli scacchi si è diffuso con internet e le applicazioni di videogame tanto da essere introdotto come disciplina didattica in molte scuole. Paradossalmente oggi i grandi giocatori sono tornati a guadagnare cifre considerevoli, i “giocatori di secondo livello” tendono a ridursi mentre proliferano in Usa e in Europa maestri di scacchi per bambini che si guadagnano da vivere (a volte anche bene) impartendo lezioni.
Insomma, se Ned Ludd oggi dovesse tornare, non sarebbe un proletario sottopagato ma un dirigente d’azienda.

© Il Tempo, 23 Luglio 2013
Immagine: Lewis Hine, Steamfitter, 1921