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imageLa notizia è di quelle così deflagranti che, ovviamente, è passata in sordina: dal prossimo 4 settembre i cittadini extracomunitari in possesso della carta di soggiorno di lungo corso o dello status di rifugiati o di quello di protezione sussidiaria, potranno partecipare ai concorsi pubblici ed accedere ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni. Ciò che prima era riservato ai soli cittadini dell’Unione Europea, sarà, da settembre, allargato anche ai cittadini di Paesi terzi.
In altre parole, anche chi non è cittadino italiano o europeo potrà insegnare in una scuola pubblica, avere incarichi presso amministrazioni comunali o ministeri. Per ora sono esclusi quei ruoli che implicano “esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale” ma non disperiamo di poter avere quanto prima magistrati dall’Uganda o poliziotti dallo Sri Lanka (e comunque non è escluso che nel primo caso non ci guadagneremmo).
Il merito di questa silenziosa rivoluzione è della legge 97 del 6 agosto 2013, il cui titolo autolesionista è: Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea” pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale. Perché di fatto, quello che sta avvenendo è l’ennesima imposizione di una direttiva europea che l’Italia ha dovuto approvare pena il rischio di apertura di una procedura d’infrazione; tale direttiva si basa sulla Convenzione Oil del 1975 (che il nostro Paese ratificò nel 1981) che equipara i lavoratori stranieri legalmente soggiornanti ai lavoratori nazionali.
Ma non finisce qui. Nella discussione alla Camera del luglio scorso, il governo ha accolto sotto la formula di “valutazione di possibilità”, gli ordini del giorno presentati da Sel, Pd e M5S circa la possibilità di allargare ulteriormente l’accesso di extracomunitari, non solo a chi è in possesso di un permesso CE per lungo soggiornanti, ma anche a chi ha un permesso di soggiorno semplice di breve tempo. Insomma, chiunque entra in Italia anche per brevissimo tempo, potrà avere lo stesso diritto dei cittadini italiani a partecipare a concorsi pubblici e accedere ai ruoli nella pubblica amministrazione. E se il ministro Kyenge (quella che vuole lo ius soli ma non sa distinguere il burqa islamico dal velo di una suora cattolica) riuscirà a togliere anche il reato di immigrazione clandestina, da domani i nostri uffici pubblici, le nostre scuole e i nostri ospedali potranno avere impiegati, insegnanti, medici di paesi extracomunitari entrati clandestinamente e poi magari regolarizzati con qualsiasi straccio di permesso.
Ovviamente, per chi proverà a dire che tutto questo è follia, sarà sempre pronta una bella accusa di razzismo e intolleranza dal solito tribunale dell’idiotismo progressista.
Nei giorni scorsi il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato che per combattere la disoccupazione, “l’Europa deve sviluppare il mercato interno del lavoro”; e per far questo “i giovani devono poter effettuare una formazione o trovare un lavoro in tutta Europa, muovendosi da un Paese all’altro per cogliere le opportunità come fanno già in Germania spostandosi da un Land all’altro”. Se questo principio ha un senso all’interno di una cornice europea, allargarlo a forze lavoro extraeuropee, in una fase di crisi economica e disoccupazione, sarebbe devastante.
Ora il punto non riguarda la nuova frontiera di un multiculturalismo d’accatto che in preda ai suoi spasmi ideologici non tiene conto della coesione sociale di un paese, della fragilità della sua struttura pubblica e della sua identità e della realtà economica del momento. In Italia alberga da tempo ciò che un intellettuale di sinistra come Giovanni Sartori ha definito “un terzomondismo dogmatico e pressoché fanatico” che ha trovato il suo apice proprio nelle figure del Ministro Kyenge e del Presidente della Camera Boldrini.
Il punto è come sia possibile, in nome di un europeismo altrettanto dogmatico e fanatico, continuare ad accettare imposizioni da una tecnocrazia europea che legifera sulle nostre spalle indefessamente, per rendere sempre più fessi noi.
Come talpe, gli eurocrati scavano gallerie sempre più profonde dove far precipitare quel poco che resta delle nostre sovranità nazionali. E lo fanno senza tener conto delle ricadute economiche e sociali delle decisioni che decretano. I parlamenti nazionali non deliberano più nulla, ratificano ciò che questa burocrazia senza volto decide. Il sogno europeo sta naufragando in una dittatura tecnocratica che sta distruggendo, pezzo dopo pezzo, i nostri spazi di scelta imponendo ai cittadini degli stati nazionali leggi di cui vengono tenuti all’oscuro e che condizioneranno il loro futuro.
Terzomondismo ed europeismo agiscono nei sotterranei di questa storia finita, complici le classi politiche incapaci di difendere gli interessi dei cittadini che sono chiamati a rappresentare. Le democrazie muoiono così.
La legge pro immigrati ad un certo punto spiega che “all’articolo 5, comma 5, le parole: «secondo la legge nazionale» sono soppresse”. Nel silenzio, non stanno sopprimendo solo le leggi nazionali; stanno sopprimendo le nazioni. Occorre reagire.

© Il Tempo, 27 Agosto 2013