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David-Cameron-2240008Per la Gran Bretagna, prima ci fu la “sindrome di Suez”, generata dalla fallimentare spedizione del ’56, che condizionò gli inglesi fino alla guerra delle Falkland, quando si liberarono da ciò che Margaret Thatcher definì “la convinzione quasi nevrotica di non poter fare nulla”. Ora, c’è la “sindrome dell’Iraq”, dettata dal clamoroso errore che spinse Tony Blair (e Bush) alla conquista di Bagdad, per eliminare armi chimiche che non sono mai esistite; perché è chiaro che la recente decisione del parlamento inglese di non appoggiare un eventuale bombardamento alla Siria nasce sicuramente da qua. Certo è che ogni “sindrome” porta un cambiamento nella politica estera britannica.
Mentre l’attenzione di questi giorni è concentrata su Obama, sulla sua linea rossa (che neanche lui ha capito bene cosa sia) e sulle decisioni che prenderà il Nobel della Pace più guerrafondaio della storia, in Gran Bretagna si sta consumando un vero e proprio dramma politico che avrà pesanti ripercussioni sul futuro del primo ministro David Cameron, e sull’intero assetto politico della nazione.
La sconfitta subita dal premier inglese alla Camera, con la bocciatura della richiesta di autorizzazione preliminare per un eventuale intervento armato in Siria, ha sconvolto non solo i piani di Obama, ma il quadro politico internazionale; per la prima volta la Gran Bretagna non appare più l’alleato fedele degli Stati Uniti ed in caso di bombardamento la Raf non affiancherà l’Air Force.
In teoria Cameron potrebbe appellarsi ancora alle cosiddette “Prerogative reali”, cioè a quei poteri diretti della regina, tra i quali c’è quello di dichiarare guerra; ma ha già affermato che non lo farà, volendo rispettare il voto del Parlamento in quanto espressione della sovranità popolare, a differenza di ciò che ha fatto in passato Tony Blair. Sul Telegraph, Ambrose Evans-Pritchard, uno dei più autorevoli analisti internazionali, ha scritto che il comportamento di Cameron “è stato civile, altruista anche nella sconfitta. Ha fatto di tutto per assicurarsi il consenso. Ha dato al Parlamento l’ultima parola. Non c’è vergogna in una sconfitta onorevole, per una causa onorevole”.
Non c’è vergogna ma c’è sconfitta, e anche pesante. Cameron è caduto su un tema fondamentale di politica estera, con in più l’aggravante dell’astensione di 30 dei suoi deputati. È caduto per non aver saputo rispondere a domande essenziali: sul perché non aspettare l’esito dell’ispezione Onu, dopo gli errori di valutazione dell’intelligence in Iraq; su quale scenario prevedere dentro la palude siriana, dove la Gran Bretagna si troverebbe ad aiutare i ribelli legati ad Al Qaeda; sull’assenza di una base giuridica che giustifichi i bombardamenti. È caduto dando l’immagine peggiore: quella di un frettoloso esecutore delle volontà americane, tanto che Ed Miliband, il leader laburista uscito vincitore dalla partita, ha potuto dichiarare alla BBC: “Penso che essere alleati e avere un rapporto speciale con gli Stati Uniti non debba voler dire fare semplicemente quello che il presidente americano vuole che si faccia”; sconfessando così dieci anni di politica estera laburista, da Tony Blair a Gordon Brown.
La realtà è che l’Inghilterra di oggi ha più paura dell’immigrazione, della crisi economica, della burocrazia europea che non delle crisi in Medio Oriente. Gli inglesi sono più preoccupati da Bruxelles che da Damasco, e questo Cameron non l’ha capito. Ora forse sì.
Eppure, ciò che è accaduto non è un infortunio parlamentare di un giovane leader che vede improvvisamente ridimensionati ruolo e aspirazioni. Molti osservatori si chiedono se la “Special Relationship”, quel rapporto privilegiato che America e Gran Bretagna hanno sempre avuto dalla seconda guerra mondiale in poi, sia destinato ad allentarsi. Ora, se Obama deciderà di attaccare la Siria, lo farà da solo o, al massimo, con l’alleato francese, smanioso di prendere il posto della Gran Bretagna nel cuore americano e di continuare l’opera di destabilizzazione del Medio Oriente già iniziata in Libia da Sarkozy. Non a caso, il segretario di Stato americano John Kerry ha furbescamente definito Parigi “il nostro più antico alleato”, ricordando l’aiuto dei francesi ai coloni americani durante la rivoluzione contro la corona inglese.
Sconfitto in patria, con un partito diviso e un governo sotto schiaffo, isolato in un’Europa che i suoi connazionali vedono con sempre più ostilità ed ora anche indebolito nella tradizionale alleanza con gli Usa, Cameron rischia di essere la prima vittima di una guerra in Siria non ancora scoppiata. Davanti a lui due soli possibili carte da giocare: un ruolo più centrale nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e la possibilità che lo scenario si sviluppi verso situazioni imprevedibili che possano rimescolare le carte.
Ma il voto inglese svela anche la perdita di appeal internazionale di Obama, a cui ormai l’opinione pubblica non perdona la doppia morale di difensore dei diritti umani e di interventista unilaterale. L’idea di un bombardamento in Siria guidato da due leader di sinistra (Obama e Hollande) affossa definitivamente la retorica pacifista occidentale e l’ipocrisia di un nuovo corso storico di cui si è imbevuta l’Europa in questi ultimi anni. Se il liberal Obama è peggio di Bush e il socialista Hollande peggio di Sarkozy, il conservatore Cameron potrebbe emergere come colui che si è comportato con maggiore coerenza e rispetto della volontà popolare. E magari, alla fine, quella sconfitta potrebbe risultare la sua salvezza, soprattutto se la situazione siriana diventasse senza uscita.
I leader democratici dovrebbero ricordare che c’è sempre un prezzo da pagare per il nuovo ordine mondiale che qualcuno, da qualche parte, sembra voler disegnare sulle spalle dei popoli.

© Il Tempo, 1 Settembre 2013