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Mali Al Qaidas Country“Ma che, stiamo diventando la forza aerea di Al Qaeda?”. La domanda buttata lì da Dennis Kucinich, ex portavoce del Congresso americano e uomo del partito di Obama, rende chiara la preoccupazione di molti politici e analisti americani, che un intervento militare in Siria possa servire a dare il via libera alla vittoria dei ribelli anti-Assad, tra le cui fila aumenta sempre più la componente militare jihadista legata ad Al Qaeda. In effetti, se al posto del sanguinario ma laico regime di Assad dovesse subentrare un regime a forte connotazione integralista, gli effetti disastrosi non ricadrebbero solo sulle minoranze cristiane e curde, ma sull’intera regione.
Thomas Joscelyn, analista della Foundation for Defense of Democracies, ha spiegato che ormai “Al Qaeda domina gran parte del nord della Siria e svolge un ruolo chiave nella rivolta in atto nel resto del paese”; e ha aggiunto che la linea di demarcazione geografica tra i ribelli integralisti e il Free Syrian Army è scomparsa visto che, in molte aree, combattono fianco a fianco. 
In uno studio del luglio scorso, Critical Theatres, il think tank geopolitico vicino ai neo-con, che pure qualche bomba ad Assad la vorrebbero mandare, ha rivelato che Jabhat al Nusra (in pratica l’Al Qaeda siriano) “sta conducendo attivamente operazioni in Siria sia contro il regime che contro l’opposizione moderata”, con il “sostegno attivo” del Qatar e dell’Arabia Saudita; e che gruppi associati ad Al Qaeda stanno confluendo in Siria dal Caucaso e dal Pakistan. Insomma Al Qaeda in Siria “sta guadagnando spazi di manovra”, spingendo a loro volta i ribelli più moderati a radicalizzare le proprie posizioni.
Queste analisi smentiscono le rassicurazioni che da tempo l’amministrazione Obama cerca di dare, secondo cui Al Qaeda avrebbe una presenza limitata in Siria. 
Nel suo libro-inchiesta del 2005 sulla “Seconda generazione di Al Qaeda”, scritto attraverso le interviste ad alcuni dei più importanti leader jihadisti, il giornalista giordano Fouad Hussein svelò la strategia di conquista di Al Qaeda. Strategia che prevedeva 7 fasi tuttora in corso e iniziata con gli attentati dell’11 settembre allo scopo di provocare e trascinare in guerra gli Stati Uniti: nel libro si anticipava la crisi e la caduta dei regimi arabi tiranni come passaggio obbligato all’infiltrazione di elementi integralisti. In effetti, anche se Al Qaeda non sembra aver giocato un ruolo diretto nella Primavera Araba, ne ha tratto sicuramente un vantaggio inserendosi nei vuoti di potere e diffondendosi sopratutto in nord-Africa grazie a gruppi che sviluppano la Dawa (lavoro missionario), attività di sostegno alle popolazioni che consente ai jihadisti di acquisire consenso e radicamento sociale.
La realtà è che non solo in Siria, ma in tutto il Medio Oriente, gli effetti della Primavera Araba non hanno portato la democratizzazione e la modernizzazione sperate; anzi.
Qualche giorno fa Pew Research ha pubblicato un sondaggio realizzato in 11 paesi islamici sul rapporto tra musulmani e estremismo. Ne esce un quadro solo apparentemente rassicurante. Se il 57% dei musulmani intervistati vede con sfavore gruppi estremisti come Al Qaeda, vuol dire che ce ne è un 43% che non li vede negativamente. Inoltre, la diffusione di una cultura di radice integralista sembra diffondersi proprio in quei paesi toccati dagli sconvolgimenti degli ultimi anni. Alla domanda quando “un attentato suicida può avere giustificazione”, l’89% dei pakistani ha risposto “mai” e solo il 37% degli egiziani ha risposto nello stesso modo.
Come l’attuale amministrazione americana possa sottovalutare tutto questo, è un mistero. 
La caccia all’uomo terminata con l’eliminazione di Osama Bin Laden, unico risultato ottenuto da Obama nella lotta al terrorismo, ha forse fatto credere al Presidente Usa che il pericolo integralista fosse finito.
Oppure, cosa più inquietante, non è che qualche furbacchione a Washington sta pensando di mantenere vivo il pericolo integralista per aumentare la pressione sull’opinione pubblica? Dopotutto, di fronte allo scandalo Nsa (il sistema di controllo sociale con cui gli Usa stanno spiando il mondo e gli stessi cittadini americani), Obama non si è forse giustificato dicendo che serve proprio per combattere i terroristi che in Siria gli Usa vorrebbero aiutare?

© Il Tempo, 14 Settembre 2013