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twitter-for-terror-700x481Ahmad Mohamed da Saint Paul, Usa; Abdifatah Osman da Minneapolis, Usa; Nasir Ahmed da Londra. L’elenco continua con altri 14 nomi. Sono quelli dei componenti del commando terrorista di Al Shabaab che ha compiuto la strage nel centro commerciale di Nairobi.
La lista è inquietante per due ragioni: la prima è che, su 17 terroristi che farebbero parte del commando, ben 11 sarebbero di provenienza occidentale (Usa, Inghilterra, Svezia, Finlandia, Canada); poi ci sarebbe un russo, un keniota, due siriani e due somali.
La seconda è che questa lista non è stata data da fonti governative ufficiali o filtrata attraverso informazioni di intelligence, ma scovata su Twitter da Florian Flade, giornalista tedesca di Die Welt, esperta di terrorismo islamico. L’avrebbe pubblicata un account legato al gruppo jihadista poche ore dopo l’inizio dell’assalto: “Abbiamo ricevuto il permesso di rivelare i nomi dei nostri mujaheddin dentro #Westgate” hanno scritto.
Che i social media siano diventati uno dei terreni di collegamento, di propaganda e di reclutamento per il terrorismo internazionale è ormai un dato evidente; ma il loro uso diventa sempre più intensivo ed in grado di sfuggire a controlli e monitoraggi. Nelle ore successive all’attentato in Kenya, mentre il commando era asserragliato nel Westgate di Nairobi con gli ostaggi sotto tiro, i morti ancora disseminati lungo i saloni del centro commerciale e le forze speciali pronte all’irruzione, i terroristi di Al-Shabaab postavano su Twitter le rivendicazioni dell’attentato, slogan inneggianti la guerra santa, nonché gli aggiornamenti sulla situazione in corso. Ed ogni volta che il social network sospendeva l’account ne nasceva un secondo che veniva sospeso per, poche ore dopo, lasciare spazio ad un terzo, in un tira e molla senza fine.
Il problema è che internet per la sua stessa natura è incontrollabile. Non ha un centro, né una gerarchia ma è assolutamente orizzontale e quando qualcosa blocca l’accesso, i dati trovano un percorso alternativo. I social media come Twitter riproducono esattamente questa struttura.
Il Centro Simon Weisenthal pubblica ogni anno un report riservato in cui raccoglie migliaia di pagine, siti web, profili social, applicazioni, legati ad attività di terrorismo, in particolar modo islamico. Ne esce un quadro allarmante ma molto chiaro: da Facebook a You Tube, da My Space a Instagram, fino a VK.com (il Facebook in lingua russa), su tutte le piattaforme proliferano contenuti di gruppi integralisti e jihadisti. Ma è Twitter il social preferito, anche perché la politica adottata dall’azienda americana è indirizzata a limitare la cancellazione solo nel caso di esplicito riferimento alla violenza. Il caso del gruppo terroristico somalo, in questo senso è emblematico. Il loro primo account twitter fu aperto nel 2011 all’indomani dell’ingresso delle truppe keniote in Somalia. All’inizio del 2013, i responsabili del social network lo hanno sospeso solo dopo che i terroristi avevano pubblicato un tweet in cui annunciavano l’esecuzione di un ostaggio francese che, secondo l’Eliseo, sarebbe poi avvenuta.  Qualche settimana dopo, però, il gruppo terrorista ne ha aperto un secondo che ha continuato ad operare fino a qualche giorno fa quando è stato cancellato dopo la rivendicazione dell’attentato al presidente somalo Hassan Mohamud.
Twitter è l’unico, tra i colossi della Silicon Valley, a non aver aderito a Prism, il programma di controllo e sorveglianza globale costruito dagli americani sulle reti di comunicazione.
Una parte della comunità dell’intelligence pensa, però, che la presenza integralista sul web non sia da combattere, in quanto produce materiale accessibile e informazioni importanti per le attività di contro-terrorismo.
Nel frattempo, Al Qaeda si configura come un vero e proprio network internazionale capace di sfruttare al meglio le potenzialità della rete.
Alla fine degli anni ’90, David Winberger, uno dei massimi teorici della rete spiegò che internet “è stupida quanto una pietra; e questo è il suo vero valore. A differenza di altre reti, come quella telefonica, che sanno un sacco di cose (identità, permessi, priorità) internet non sa nulla: il suo unico scopo è far transitare dei contenuti (sotto forma di bit) da una parte all’altra del mondo.
Nella stupidità di internet si annida la diabolica intelligenza di Al Qaeda.

© Il Tempo, 25 Settembre 2013