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Pyramid of Skulls Paul CezanneC’è un Priebke americano che nessuno conosce, nessuno ha mai perseguito né in vita, né dopo la sua morte (semmai sia morto perché di lui nulla si sa). Probabilmente non ha mai subito oltraggi e sicuramente ha terminato la sua carriera militare con medaglie ed onori. Il Priebke americano fu colui che diede ordine di buttare un intero carico di bombe da 220 kg ciascuna, sul quartiere milanese di Gorla, il 20 ottobre del 1944.
La guerra era nel pieno del suo orrore. Quella mattina, su ordine del colonnello James Knapp, 36 quadrimotori del 451° gruppo dell’Air Force di stanza in Puglia, partirono per unirsi ad altri 65 bombardieri americani per la più imponente operazione dal cielo nel nord Italia. Obiettivo: Milano e le fabbriche lombarde del settore meccanico (Alfa Romeo, Breda, Isotta Fraschini) che, secondo gli informatori americani, lavoravano a pieno ritmo per l’industria bellica tedesca.
Ma un errore di 22 gradi nell’angolazione della rotta compiuto dal comandante della squadriglia portò il gruppo, che aveva come obiettivo gli stabilimenti Breda, fuori target. Gli americani dovettero rinunciare alla missione e decidere per il rientro alla base; e qui si manifestò quello strano ed orribile gusto che la guerra ha, di annientare l’umanità degli uomini. Essendo stato innescato il carico di bombe, bisognava liberarsene e, senza un’apparente spiegazione, il comandante americano decise di scaricarlo sopra il quartiere civile di Gorla, dove non c’erano obiettivi né militari né industriali; non c’era una contraerea attiva, né rischi di intercettazioni aeree da parte dei caccia tedeschi e non vi erano problemi di visibilità, insomma, nulla che potesse giustificare una scelta così criminale. Fu un inferno. Una bomba centrò la scuola elementare del quartiere. Erano le 11.25 di una limpida mattina autunnale. 148 bambini, le loro maestre, i bidelli, furono dilaniati; con loro, molti genitori che al suono delle sirene erano corsi verso la scuola per portare via i loro figli; di bambini se ne salvarono solo 3. In tutta Milano quel giorno furono uccisi 614 civili inermi.
Di questa memoria rimane poco: un monumento nel quartiere eretto dalla pietà degli abitanti, un sito internet artigianale (piccolimartiri.it) che ricostruisce con emozione e con grande competenza storica questa pagina dolorosa e 5 minuti di un documentario de La Grande Storia che realizzò la Rai, struggente nel racconto dei sopravvissuti. E rimane qualche foto: la scuola distrutta, i giovani soldati della Rsi e i pompieri che scavano tra le macerie e l’immagine terribile dei bambini raccolti in fila all’obitorio, così incredibilmente identica alle immagini dei corpicini dei bimbi siriani uccisi dai gas ad Aleppo. Perché dentro la storia ci si muove come in un labirinto dove l’uscita è spesso una fuga dall’orrore che è sempre uguale nel tempo e nello spazio.
Per alcuni vale il principio che la guerra è un crimine. Per altri vale il principio che la guerra è solo guerra.
In questi giorni in cui la morte di Priebke ha riaperto la ferita dell’orrore nazista, ci è stato chiesto di non dimenticare. È giusto. La memoria è come il cuore: va tenuta allenata. E per Priebke l’abbiamo fatto. Quella sua ostinata arroganza nel “rimanere fedele” ai suoi ideali, era solo una rimozione comoda attraverso cui un uomo debole è riuscito a sopravvivere per 80 anni agli incubi di un orrore commesso. Molti ufficiali, in ogni tempo e in ogni guerra dovettero eseguire ordini infami che andavano contro il loro onore e contro l’umanità che un soldato dovrebbe sempre difendere. Alcuni si rifiutarono e forse per questo furono uccisi: quelli furono eroi. Molti altri li eseguirono violentando onore e coscienza; e non c’è ideale in questo. Perché per un ideale si muore da innocenti, non si uccidono innocenti
Ora però non dimenticate voi i bimbi di Gorla e non rimuovete con l’alibi della ragione e del torto, del vincitore e del vinto, della democrazia e della dittatura, quella che è la verità : e cioè che il “liberatore americano” che dall’alto del suo aereo compì la strage, è peggio di Priebke. Lui non ricevette ordini e non rischiava il plotone d’esecuzione per un eventuale rifiuto. Lui rinunciò alla sua umanità con una scelta libera. Non dovette guardare i volti degli innocenti che uccideva, gli bastò spingere un pulsante da 10.000 metri. Priebke la sua viltà l’ha pagata con l’ignominia e la vergogna. Lo sconosciuto comandante americano, no.

© Il Secolo d’Italia, 24 Ottobre 2013
Immagine: Paul Cézanne, Pyramid of skulls, 1901