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Per spiegare la Legge di stabilità del governo Letta basterebbe una frase di Margaret Thatcher: “hanno la solita malattia dei socialisti: essere a corto di soldi, degli altri”.
Il punto è sempre lo stesso: l’incapacità di fare le riforme strutturali necessarie a ridurre il peso dello Stato e la pressione fiscale che sta uccidendo la nostra economia e il nostro futuro, si scaricano sul ceto medio e produttivo.
Da quando è entrato in carica, il governo delle Larghe Intese ha prodotto una politica tutta di sinistra, con il beneplacito del Pdl incastrato nei guai giudiziari di Berlusconi e nelle piroette neocentriste dei suoi ministri: dalla stabilizzazione dei 120.000 precari nella pubblica amministrazione, ai 2.000 miliardi per la Cassa Integrazione in deroga (ormai ritenuta, da molti economisti, un elemento distorsivo del mercato), ai contributi di solidarietà pensionistici e reddituali (sulle fasce medio-alte) per compensare il problema degli esodati generato dal governo Monti.
La nuova Legge di Stabilità ricalca lo stesso disegno: l’Imu, eliminata sulla prima casa (per ora), dopo una guerra durata mesi, viene aumentata (grazie all’aggiunta della Tasi) per le seconde, dando forma al solito trucco fiscale italiano: togliere una tassa sostituendola con un’altra, probabilmente maggiore perché legata alla discrezionalità dei comuni.
Nuova tassazione sui risparmi e ovviamente i soliti regali copiosi alle banche sotto forma di deduzioni fiscali agli istituti di credito e di esenzioni dal blocco della contrattazione salariale per i dipendenti della Banca d’Italia (da cui, guarda caso proviene il ministro Saccomanni), che è invece previsto per le altre amministrazioni pubbliche.
Ora, che in Italia banche e sinistra stiano dalla stessa parte è cosa normale; ma che da quella parte ci stia pure il principale partito di centrodestra, questo è un po’ più originale.
Persino il Financial Times si è trovato imbarazzato davanti a tutto questo. In un suo editoriale, Wolfang Munchau, attento conoscitore della politica italiana, ha bocciato senza mezzi termini l’operato del governo Letta e la sua assoluta mancanza di coraggio. Ha definito “puramente simbolica” la riduzione del cuneo fiscale fondamentale per ridare fiato alle imprese italiane; perché dentro il rigido sistema imposto dalla moneta unica, con una Germania competitiva, o si abbassano i livelli di imposizione sul lavoro o si è spacciati.
Munchau ha anche suggerito alcune riforme da fare: togliere livelli amministrativi, privatizzare le “inefficienti utility pubbliche che servono da rifugio per politici pensionati”; e soprattutto “ripulire il sistema bancario” rendendolo funzionale all’economia reale perché torni ad essere supporto all’impresa privata.
Ma soprattutto bisogna fregarsene dei limiti imposti dall’Europa se si vuole sopravvivere. Munchau lo dice chiaramente: “Perfino il governo tedesco è stato costretto a violare le regole di bilancio quando lanciò le sue riforme di programma nel 2003”. Altrimenti il risultato è quello ottenuto con questa finanziaria: “una combinazione tossica di austerità e trucchi contabili”.
Enrico Letta tutto questo non lo ha fatto. Ha preferito eseguire i compitini imposti da Bruxelles e da Berlino, sulla nostra pelle; ha preferito il buffetto sulla guancia da parte dei tecnocrati europei piuttosto che difendere gli interessi nazionali. La verità è che noi non abbiamo bisogno di leader credibili agli occhi dei tecnocrati e dei media internazionali, ma di leader incredibili perché liberi ed autonomi rispetto ai poteri che impongono le loro regole sulla nostra sovranità.
La verità è che i governi di coalizione sono degli imbrogli. Lo è stato il governo Monti, lo è quello Letta, retto da un partito fintamente liberale (il Pdl) e da un partito rimasto ottusamente socialista (il Pd). Il risultato di questa miscela è devastante.
Al fallimento dello Stato rispondono con più Stato; al fallimento dell’oppressione fiscale, rispondono con più tasse. È come pensare di far diventare sobrio un alcolizzato, dandogli più alcool. Le cose sono due: o sono malati, o sono in malafede. In entrambi i casi paga l’Italia.

© Il Tempo, 26 Ottobre 2013