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finanza-islamicaSi chiama sukuk e non è un gioco d’abilità con i numeri, né un mercato delle spezie alla periferia di Algeri. Il sukuk è uno degli strumenti più usati dalla finanza islamica: un prestito obbligazionario che le banche dei paesi musulmani utilizzano seguendo i dettami della Sharia, la legge coranica che vieta il guadagno sugli interessi (equiparati all’usura) e la speculazione.
Qualche giorno fa, il Primo Ministro britannico David Cameron, ha annunciato che la Gran Bretagna sarà il primo paese occidentale ad aprirsi alla finanza islamica, emettendo nel 2014 il primo sukuk da 200 milioni di sterline, e che la Borsa londinese lancerà l’Islamic Market Index per attrarre ulteriori investimenti dai paesi islamici; una notizia che potrebbe avere effetti rivoluzionari sul sistema bancario mondiale, perché la natura degli strumenti finanziari islamici è molto diversa da quella delle banche occidentali e impone un rapporto completamente diverso tra economia reale e finanza.
A differenza delle obbligazioni emesse dalle banche occidentali, quelli islamici non sono prestiti ma investimenti che impongono la compartecipazione dei rischi e dei profitti tra banca e debitore e il divieto di ricorrere a prodotti derivati poiché le transazioni devono basarsi su attivi reali, siano essi immobili, progetti indutriali o attività imprenditoriali; per esempio nel caso dell’acquisto di una casa è la banca che compra per conto del cliente, e il cliente restituisce pagando un canone d’affitto, più una piccola commissione fino all’estinzione del debito.  Nei finanziamenti alle imprese la banca non lucra sul rischio dell’imprenditore ma lo condivide, diventando un vero e proprio socio, compartecipando agli utili (e alle possibili perdite) fino a che il debito non è assorbito.
In altre parole, per i banchieri islamici, il denaro non si può generare dal denaro come per quelli occidentali, ma dev’essere sempre il risultato di un’attività economica reale. Per l’Islam il denaro è solo uno strumento per ottenere un fine tangibile, non il fine in sé.
Non è un caso che nel 2006, la crisi dei subprime che travolse le banche occidentali non toccò quelle islamiche proprio perché non sottoposte a strumenti speculativi di moltiplicazione artificiale del denaro.
La decisione di Cameron è lagata al fatto che la Gran Bretagna è una nazione speciale, da questo punto di vista: ospita già 22 banche islamiche (di cui 6 completamente conformi alla Sharia), 16 università inglesi hanno corsi di laurea sulla finanza islamica e Londra già offre servizi bancari islamici  per una popolazione musulmana in costante crescita (circa il 5% del totale): dai fondi pensione alle assicurazioni.
Oggi la finanza islamica rappresenta una parte del tutto marginale degli asset finanziari mondiali: circa l’1%; una percentuale irrisoria, se si considera che i musulmani rappresentano il 24% della popolazione mondiale. Ma un recente studio Ernst & Young prevede una crescita fino al 20% per i prossimi 5 anni con un incremento degli investimenti del 150%.
Per molti analisti, la finanza islamica e le sue regole anti-usura potrebbero rappresentare una via d’uscita da un sistema bancario occidentale ormai in mano a pescecani della speculazione e alchimisti della moneta. Un report pubblicato un anno fa dal Centro Studi del MPS elenca le caratteristiche fondamentali della finanza islamica: trasparenza, responsabilità sociale, limitazione della speculazione, aggancio con l’economia reale, condivisione dei rischi.
La finanza islamica non accetta l’idea che il denaro, restando fermo, generi denaro; per i musulmani, come del resto per la tradizione cristiana e per quella liberale da Adam Smith in poi, la moneta è solo un mezzo funzionale alla produttività.
Il sukuk islamico ci spiega che un altro sistema finanziario è possibile; un sistema dove le banche recuperano il loro ruolo sociale condivendo i rischi di un investimento e non lucrando sui bisogni di famiglie e imprese. Basta rovesciare il paradigma che i banchieri occidentali hanno imposto sulle spalle dei cittadini e dell’economia.

© Il Tempo, 6 Novembre 2013