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Stillfried_-_SamuraiSi chiamava Burak Karan ed era un cittadino tedesco di origini turche; è morto a 25 anni in Siria combattendo con i jihadisti, ridotto in briciole da una bomba dell’aviazione di Assad. La sua storia non avrebbe nulla di particolarmente originale rispetto a quella di migliaia di giovani occidentali di religione islamica che dall’Europa e dagli Stati Uniti, vanno ogni giorno ad ingrossare le file dei movimenti che si ispirano alla jihad e all’integralismo islamico.
Eppure, la sua fine è stata raccontata da molti giornali tedeschi e occidentali, perché Burak non era un mussulmano delle periferia disadattate di qualche città europea ma una giovane promessa del calcio tedesco, avviato verso una carriera brillante; fino a quando, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di mollare tutto e recarsi in un campo di addestramento di Al Qaeda in Pakistan. Oggi la sua foto, con barba d’ordinanza, kalashnikov e sottofondo di versi del Corano (rilanciata su molti siti islamisti come riconoscimento d’onore ad un fratello che è caduto “combattendo come un leone”), stride con le fotografie di lui in campo con la maglia della nazionale tedesca.
Se proviamo ad abbandonare per un attimo le categorie politiche o morali con cui leggere questa storia ci troviamo gettati in una vertigine nella quale il nostro senso comune rischia di uscirne un scosso.
La storia di Burak è uguale a quella di Pat Tilman, detto Tilly, uno dei più grandi campioni del football americano che nel 2002, all’età di 25 anni, lasciò un contratto di 1,2 milioni di dollari con gli Arizona Cardinals di Phoenix, per arruolarsi volontario nei reparti speciali americani e andare a combattere in Afghanistan per vendicare l’orrore dell’11 settembre. Come disse il suo allenatore: “ha pensato che ci fosse qualcosa di più importante da difendere della propria squadra”. Tilly tornò in una bara di zinco avvolta dalla bandiera a stelle e strisce, ucciso dal fuoco nemico durante un’operazione militare.
Il destino che accomuna queste due esperienze è lo specchio di una scelta così incomprensibile per le nostre placide coscienze, ma nello stesso tempo così normale per la natura della nostra anima. Entrambi hanno lasciato fama e soldi, gloria e successo, tranquillità e benessere per gettarsi nell’abisso di una rinuncia totale, della privazione di sé, di quell’esperienza di sfida e morte che da sempre gli uomini ricercano; perché, come ricorda James Hillman, uno dei più avventurosi viaggiatori della nostra psiche: “la guerra non è un fenomento irrompente, ma permanente”.
E non c’è spiegazione sociale, economica, politica, filosofica che sembra giustificare questo strano eterno amore per la guerra, che accompagna la storia dell’uomo e il sortilegio o il dono del suo essere su questa terra. Se per un innaturale percorso della storia Burak e Tilly si fosssero incontrati in questa vita, si sarebbero potuti allenare insieme oppure combattere in guerra per uccidersi l’un l’altro.
Certo le nostre categorie morali servono a tutelarci distinguendo tra il bene e il male, tra chi combatteva per la libertà e chi per un orrore, ma tutto ciò non basta a negare che c’è qualcosa che unisce per sempre gli uomini in guerra, anche quando combattono su fronti diversi.
Yukio Mishima, uno dei più grandi scrittori del ‘900 e ultimo cantore di quell’aristocrazia guerriera dei samurai che la modernità ha spazzato via, scrisse: “il tuo nemico si situa sempre vicino al tuo cuore”.
Queste due storie ci spiegano che la guerra oltre ad essere spazio di onore e coraggio, di volontà e destino, è anche qualcos’altro: è quel luogo dell’anima che, al di fuori di ogni nostro pregiudizio, rende allo stesso tempo Tilly e Burak nemici e fratelli.

© Il Secolo d’Italia, 25 Novembre 2013
Immagine: Raimund Stillfried, Samurai in armor, 1860 ca