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finiL’intervista di ieri a Repubblica di Gianfranco Fini ha qualcosa di crepuscolare; doveva servire a celebrare i 20 anni dalla fondazione di An e si è trasformata nell’epitaffio tombale di un ex leader caduto per proprie responsabilità; le stesse che lui continua a negare.
Fini è, come al solito, sprezzante e rancoroso, incapace di analizzare il suo fallimento con gli strumenti reali della politica. Rievoca An senza spendere una sola parola per quel mondo missino che gli ha consentito di sopravvivere agli anni di piombo, all’ostracismo ideologico, all’odio di parte di una democrazia che non riconosceva pari diritti politici.
Ritiene che il suo unico errore sia stato la confluenza nel Pdl; non gli passa minimamente per la testa che la nascita del Pdl poteva essere la naturale evoluzione del percorso della destra storica verso un grande partito conservatore, liberale, identitario come c’è in quasi tutte le democrazie occidentali. E se questo non è avvenuto, non è solo per gli errori di Berlusconi e dei berlusconiani, ma anche (e soprattutto) per responsabilità sua e di quei colonnelli miracolati nella presa del potere e incapaci di generare un percorso che doveva consentire di costruire una classe dirigente ed una prospettiva a lungo termine per un’intera comunità politica.
Il suo odio per il Cavaliere è così cieco da impedirgli di riconoscere verità storiche che gli farebbe onore ammettere: che fu l’imprenditore “Berlusconi”, ancora non sceso in campo, a sdoganare la “destra impresentabile” del Msi consentendo ad un giovane Fini di iniziare un percorso politico credibile negli anni in cui, lui, ancora si divertiva a rilasciare interviste su come costruire il “fascismo del 2000”; altro che “destra repubblicana”.
A Berlusconi si possono addebitare molti errori ma non è possibile non riconoscergli di aver consentito che uomini di destra avessero incarichi e ruoli come ministri, sottosegretari, sindaci, governatori, assessori. E che se la destra ha fallito, è perché, spesso, questi uomini non sono stati all’altezza del loro compito: Fiorito non è un prodotto del berlusconismo, ma di quella destra che Fini ha governato per 20 anni.
L’ex leader di An denuncia l’autoritarismo nel Pdl e dimentica quello in An, dove militanti e ambienti che non si piegavano alle logiche perverse delle correnti e dei colonnelli venivano marginalizzati o addirittura espulsi.
Fini è un uomo senza memoria, perché la memoria attiene all’identità e anche un po’ all’onore; e chi non ha memoria non ha né l’una né l’altro.
La storia della destra di questi ultimi anni non è come la racconta lui; Fini decise di trasformare il reale bisogno di uscire dalle vecchie culture politiche del ‘900 in un’ossessione ideologica sua personale, affrancandosi dal percorso della destra storica per compiacere i nuovi referenti di sinistra,  tanto cari ai suoi strateghi da operetta e ai suoi intellettuali in debito d’ossigeno con i salotti radical-chic. Il suo epilogo è stato quello di un leader che ad un certo punto ha rotto con la sua storia, con la sua gente, con le sue responsabilità per giocarsi una partita tutta sua spezzando un legame che riteneva dannoso e ingombrante.
E quando arriva a dire che il Matteo Renzi di oggi è come lui anni fa, l’intervista assume un tono così surreale che ti aspetti solo che si metta un cappello in testa e dica di essere Napoleone.
Fini ha fallito perché ha pensato che una destra attenta ai nuovi diritti, alle nuove sfide di una modernità impazzita dovesse scodinzolare ai piedi del pensiero dominante.
Al contrario oggi l’Italia ha bisogno di una destra identitaria e liberale che sappia rileggere il ruolo della sovranità politica nel tempo dell’aggressione tecnocratica; che sappia riconoscere la supremazia degli interessi nazionali sul potere egoistico degli alchimisti della moneta; che sappia comprendere che lo Stato non è più l’espressione organizzata di una nazione e di un’identità condivisa, ma lo strumento mostruoso di cui una burocrazia senz’anima si serve per dominare i popoli e limitare le libertà individuali.
Mentre attendiamo che questa destra prenda forma, guardiamo con distacco il triste tramonto senza sole di Fini e dei suoi colonnelli.

© Qelsi Quotidiano, 23 Gennaio 2014