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Va bene, mi avete convinto: dichiariamo guerra al conformismo culturale in nome di una rinascita nazionale nel tempo delle tecnocrazie avide, dell’immaginario globale, della fine delle specificità triturate dentro il frullatore della rete.
Riprendiamoci D’Annunzio, Marinetti e Papini, il cinema neorealista e l’architettura razionalista italiana che oggi vengono studiati all’estero; riprendiamoci i nostri giacimenti di beni culturali più importanti dei pozzi di petrolio e quel capolavoro di cross-medialità che è la nostra Opera, che fa cantare in italiano tutto il mondo. Spingiamo l’acceleratore della creatività in un paese vecchio, abitato da vecchi, gestito da vecchi, governato da qualche giovane ancora più vecchio.
La cultura è la risorsa dell’Italia, il punto di rilancio, la sua sfida identitaria alla mondializzazione dei linguaggi, dei pensieri e delle forme.
Ok, tutto a posto. Se non ci fosse un piccolo problema: cosa intendiamo per cultura?
Roger Scruton, pensatore conservatore e per questo rivoluzionario, ha affermato che la cultura è qualsiasi patrimonio di arte, letteratura e pensiero umano che “superi la prova del tempo”; se così è, l’intellettuale o l’artista sarebbero viaggiatori oltre la storia, scardinatori di un presente per anticipare un dopo. In effetti, di esempi anche recenti in tal senso ce ne sono.
Nel 2009, un gruppo di creativi milanesi trascinò a Roma Brian Eno, l’inventore della ambient music, e lo convinse a realizzare una suggestiva installazione multimediale (dal titolo Presentism) che inaugurò le celebrazioni per il centenario del Futurismo. Nella conferenza stampa, davanti a giornalisti infastiditi, Eno rivelò il suo debito culturale nei confronti del Futurismo e di Marinetti. L’idea che uno dei più originali artisti del mondo, inventore di linguaggi musicali innovativi, amasse un’avanguardia artistica così fortemente identificata con un periodo storico maledetto, scandalizzò non poco i salottini polverosi della sinistra intellettuale.
L’operazione fu vincente non solo per la quantità di pubblico che si recò a vedere un’opera tutto sommato di difficile consumo culturale, ma perché quell’iniziativa fu una delle poche cose veramente futuriste in una celebrazione piena zeppa di convegni, libri, mostre museali, insomma proprio quell’armamentario “passatista” che i futuristi avrebbero azzannato.
Ma se, invece, facessimo un passo avanti e dimostrassimo che la più grande avanguardia artistica italiana del ‘900 non ha semplicemente influito su qualche grande artista elitario, ma ha contaminato le espressioni narrative del nostro tempo arrivando ad essere un fenomeno da youtuber?
Proviamoci partendo da lontano. Il 2 giugno del 1913 il futurista Luigi Russolo presentò in un teatro di Modena il suo “Intonarumori”, l’infernale macchina che, secondo le intenzioni, avrebbe trasformato il rumore della modernità in suono creando l’amalgama perfetto. Raccontano le cronache di allora che la sua performance fu accolta dal pubblico con urla, fischi e inviti ad entrare in manicomio, mentre un frenetico Marinetti, salito sul palco per difendere il suo collega artista, inveiva contro quel pubblico “scettico come contadini”.
L’Intonarumori non fu un successo, ma Russolo continuò le sue sperimentazioni per trasformare rumori meccanici, sibili, fischi, battiti e cigolii in suono; ambizione pitagorica o follia modernista, fatto sta che l’intuizione che non fu opera d’arte allora, lo divenne poi.
Il 13 dicembre 2009, su YouTube, un giovane performer di nome Julian Smith ha caricato un video in cui, insieme ad un gruppo di imberbi percussionisti e tecnici del suono, ha trasformato i rumori di una jeep in un capolavoro di ritmo e musicalità (lo potete ascoltare qui). Risultato: ad oggi, oltre 11 milioni di visualizzazioni. Un successo mondiale. A distanza di un secolo Russolo ha vinto la sua battaglia.
La cultura si sviluppa laddove le forme espressive e narrative vincono il tempo e non si consumano in una loro funzionalità. Il conformismo culturale avviene quando la cultura si trasforma in funzione (ideologica, economica, sociale).
Forse è da qui che si dovrebbe partire per capire lo stato dell’arte di quella parte di cultura italiana piena di fumosi intellettuali e isterici artisti. Al contrario, il non conformista non ha paura di essere fischiato e deriso come Russolo, perché vuole creare pensiero e immagini oltre questo presente, senza preoccuparsi solo di farsi accettare da esso.

© Il Giornale OFF, 2 Febbraio 2014