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montinapDue tecnocrati, un vecchio comunista, un capitalista di Stato cittadino svizzero e un banchiere di razza. Sono i protagonisti del thriller raccontato nell’ultimo libro di Alain Friedman e anticipato oggi sul Corriere della Sera e sul Financial Times. Un thriller, che poi tanto thriller non è, ma che inchioda la verità di ciò che accadde in Italia nel 2011 con la fine del governo Berlusconi e la salita al potere di Mario Monti.
I tecnocrati sono lo stesso Monti e Romano Prodi, insomma due dei più fedeli cani da guardia dell’Europa della finanza. Il vecchio comunista è ovviamente Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica e vero protagonista di un’operazione che ha trasformato l’Italia in una democrazia a sovranità limitata. Il capitalista di Stato è Carlo De Benedetti, tessera numero uno del Pd e da sempre nemico acerrimo del Cavaliere. Il banchiere è Corrado Passera, a quei tempi amministratore delegato di Banca Intesa e che poi diventerà, guarda caso, ministro del governo Monti.
Loro cinque sono i protagonisti di un complotto contro la sovranità del nostro paese che oggi si svela limpidamente: ciò che portò alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 non fu un normale processo politico generato dall’acuirsi della crisi economica, ma una vera e propria operazione di sospensione della democrazia che iniziò molti mesi prima e che ebbe in Napolitano il vero regista.
Per ammissione di tre di loro, intervistati da Friedman, ora sappiamo che fin dall’estate precedente a quel burrascoso novembre 2011, Napolitano aveva offerto a Monti la carica di Presidente del Consiglio e Monti si era recato dai suoi amici di cordata, Prodi e De Benedetti, a chiedere consiglio sul da farsi; mentre Corrado Passera già lavorava da futuro ministro preparando piani economici per Napolitano senza avere alcun ruolo per farlo.
La destituzione di Berlusconi era ormai decisa ma bisognava che apparisse necessaria e formalmente ineccepibile; a questo c’avrebbe pensato per un verso Napolitano, nominando Monti senatore a vita e quindi rendendo la sua designazione legittima senza bisogno di tornare alle urne non appena il Cavaliere fosse stato costretto alla resa, per l’altro verso i famosi “mercati finanziari” scatenando conto l’Italia uno dei più violenti attacchi speculativi (quello dell’imbroglio dello spread) che avrebbe messo in ginocchio l’economia, fatto fuggire gli investitori e sopratutto terrorizzato l’opinione pubblica facendo precipitare la popolarità del Cavaliere e costringendolo alle dimissioni a furor di popolo.
L’operazione doveva essere studiata nei minimi particolari ed attuata con spietatezza luciferina così che nessuno si sarebbe potuto opporre, chi avesse fatto provato a dire che quello che stava accadendo sarebbe stato tacciato di complottismo.
Ciò che le rivelazioni di Friedman non dicono, però, è chi furono i mandanti di questo “omicidio della democrazia”. Per saperlo basta rileggere la stampa estera di quei giorni: la nostra, quella dei banchieri e di grandi gruppi industriali, stava lì a benedire l’operazione.
Il 12 novembre 2011, vale a dire il giorno dopo le dimissioni di Berlusconi, l’inglese The Spectator rivelò che la sua eliminazione politica era stata richiesta dalla cosiddetta “cupola di Bruxelles” (il sistema di potere che unisce la gerarchia Ue di Draghi, Barroso e la Lagarde e il potere finanziario della Germania). Un’operazione decisa fuori dall’Italia e imposta ad uno stato da quel momento non più sovrano. Nell’articolo si racconta che già nel G20 di Cannes (due settimane prima) un funzionario del Foreign Office inglese aveva dichiarato: “si sta procedendo verso la rimozione di Berlusconi”. Anche il Financial Times di quei giorni definì una “rimozione chirurgica” l’uscita di scena del Cavaliere.
Berlusconi doveva pagare il suo essere ostile all’Europa della grande finanza e dello strapotere tedesco. Doveva essere fatto fuori e sostituito con dei maggiordomi di Bruxelles e degli esecutori fedeli dei diktat di Berlino; il sobrio Mario Monti ed il suo codazzo di tecnici erano le figure adatte.

Il video di Friedman racconta più di miliardi di parole ciò che è accaduto. Le immagini finali di Monti, livido e imbarazzato, costretto a svelare la verità al giornalista inglese sono emblematiche.
Pensare a questo vecchio tecnocrate, che a Berlusconi deve buona parte della sua carriera (fu il Cavaliere a nominarlo Commissario europeo nel 1994), recarsi in Svizzera a casa del suo amico De Benedetti (il capitalista di Stato a cui fa schifo questo paese, tranne che per farci affari) a complottare contro l’Italia, mette tristezza.
Ma il peggiore di tutti è stato Napolitano. Il Financial Times, giornale da sempre ostile a Berlusconi, nel commentare con grande risalto lo scoop di Friedman, arriva ad affermare: “qualunque cosa si possa pensare di Berlusconi, la manovra fatta dietro le quinte solleva gravi questioni costituzionali”. Come dire: Napolitano ha violato la Costituzione.
Ora viene da chiedersi perché il Corriere della Sera e il Financial Times, che di quel complotto furono i principali sponsor, improvvisamente lo svelano. Forse il tentativo è scaricare Monti e Napolitano, non più funzionali, e accelerare la nomina di un nuovo Presidente della Repubblica prima che si sciolga questa legislatura con gli stessi padroni ancora garanti; o forse dare il via libera a Matteo Renzi (verso il quale Napolitano mostra ostilità) il quale ha già provveduto a baciare l’anello del potere alla Merkel riconoscendo quindi chi deve comandare in questo paese.
Ciò che noi possiamo comunque comprendere è una verità: che i poteri forti esistono e non sono democratici. Sono i poteri che svuotano la nostra sovranità ed imprigionano le nostre libertà nei loro giochi d’interesse. Agiscono utilizzando le armi migliori: la menzogna e la paura. Vanno combattuti con l’unica arma a disposizione: la verità impavida.

© Qelsi, 10 Febbraio 2014