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Arthur Lavine, Spider Web, Maine, 1947Lo scandalo De Benedetti-Barca mostra l’intreccio d’interessi occulti e complicità di un potere che non scuote mai la coscienza civile e impegnata dei salottini radical-chic. Entrambi i personaggi rappresentano quel pezzo di Italia che conta e che oggi svela un volto tenuto nascosto per molto tempo.
Partiamo da Carlo De Benedetti. L’importante editore italiano, cittadino svizzero, campione dell’informazione libera, in questo periodo è preoccupato: la Sorgenia, la società elettrica del gruppo Cir (la finanziaria di famiglia), naviga in pessime acque, con un indebitamento di 1,8 miliardi di euro a cui le banche stanno provando a fare fronte. Qualche giorno fa il Corriere della Sera in un trafiletto ben nascosto a pagina 49, ha rivelato che a Milano si è svolto “un summit di banchieri ad altissimo livello” per cercare di risolvere la “partita finanziaria”. Partecipavano i vertici di Mps, Unicredit  e anche Banca Imi e Ubi. È plausibile immaginare che il nuovo governo sarà coinvolto direttamente o indirettamente nel problema Sorgenia. A dicembre scorso, con un provvedimento inserito nella notte nella Legge di Stabilità approvata dalla Commissione Bilancio della Camera  (relatore, guarda caso, uno del Pd), si decise di escludere “dall’obbligo degli oneri di urbanizzazione” le centrali elettriche e turbogas superiori ai 300 megawattora. Renato Brunetta allora denunciò la cosa come aiuto di Stato a De Benedetti, visto che l’atto consentiva di risolvere per legge il contenzioso che contrapponeva la Sorgenia ad un piccolo comune del lodigiano con il rischio, per la società di De Benedetti, di dover pagare 22 milioni di euro.
Ora, che il proprietario della Sorgenia, secondo le parole di Barca, si attivi per selezionare il ministro dell’economia del nuovo governo Renzi che dovrà poi interessarsi ai suoi problemi economici, è o non è un conflitto d’interesse? E soprattutto non rappresenta un’ingerenza nella politica da parte di un imprenditore che continua a dichiararsi estraneo alla politica?
L’imprenditore/editore Berlusconi, quando ha deciso di occuparsene, lo ha fatto scendendo direttamente in campo, misurandosi con le regole della democrazia e del consenso, vincendo e perdendo in prima persona.
L’imprenditore/editore De Benedetti lo fa dal suo chalet svizzero, pranzando con Monti (come ha rivelato lo scoop di Alain Friedman) o mandando (secondo il racconto di Barca) gli emissari della “libera stampa democratica” a contattare i potenziali ministri.
Fabrizio Barca invece è attualmente Direttore Generale del Ministero del Tesoro; c’è tornato dopo  l’infelice e fallimentare esperienza da ministro del governo dei tecnici dove, ovviamente, fu chiamato per le sue capacità e non certo per appartenenza a cordate politiche. Cosa faccia oggi al Ministero del Tesoro nella sua stanza di fianco a quella dell’attuale ministro, non è dato saperlo, visto che il suo nome non c’è nell’organigramma pubblico del Ministero. L’unica cosa certa è che Barca fa parte di quella casta di dirigenti pubblici, espressione di una burocrazia di Stato super pagata da noi che dovrebbe essere terza rispetto alla politica, preoccupandosi dei problemi del Paese che poi, invece, scopri passare il tempo al telefono con i leader amici (anche se imitati). Sono quei tecnici inamovibili dalle loro posizioni di potere e di collocamento pubblico che da sempre s’apparecchiano nell’ombra alla tavola della politica con gli amici industriali e gli amici giornalisti,  senza mai sporcarsi le mani.
Lo scandalo De Benedetti/Barca, così come il precedente Monti/Napolitano, dimostra che qualcosa non funziona. È come se, di punto in bianco, l’accelerazione storica di questi giorni svelasse la nudità dei tanti re che nessuno ha voluto vedere: capitalisti di Stato, banchieri, tecnocrati, giornalisti, insomma una palude di poteri e connivenze che l’antiberlusconismo ideologico propinato in questi anni a piene mani ha nascosto come una cortina fumogena sul paese e sull’opinione pubblica. L’Italia che si crede “antropologicamente superiore” è in realtà la vera ragnatela che blocca da sempre lo sviluppo e la democrazia di questo Paese.

Immagine: Arthur Lavine, Spider Web, 1947