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Tempi_ModerniFrederick Taylor fu un ingegnere e capitalista americano, di quelli che tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 contribuirono a modernizzare l’America. A lui si deve la prima forma di razionalizzazione scientifica dell’attività in fabbrica; la sua ossessione era quella di organizzare il lavoro per eliminare gli sprechi di tempo e ottimizzare i processi produttivi. Nulla doveva essere più lasciato al caso e la fabbrica sarebbe diventata una perfetta catena di montaggio. Si racconta che ad un operaio che gli faceva domande circa la produzione, lui abbia risposto seccamente: «Voi siete pagati per lavorare, non per pensare. C’è qualcun altro che è pagato per questo».
Il Parlamento italiano sembra sempre più la fabbrica di Taylor. Il luogo in cui risiede la sovranità della nazione è ormai una catena di montaggio di maggioranze funzionali alla produzione di governi che vengono decisi altrove. Ai parlamentari italiani, rappresentanti dei cittadini, non è più permesso pensare (né decidere); la loro funzione è solamente quella di schiacciare un bottone come l’operaio di Taylor. Il Parlamento italiano, che ha già ceduto buona parte della sua sovranità all’Europa, ormai non decide neppure il governo di questo Paese. Il modo in cui Renzi ha sostituito Enrico Letta è grave perché è il primo a non essere nato in seguito ad una crisi parlamentare. Molti altri governi non sono stati eletti dai cittadini, eppure il Parlamento ha sempre svolto il ruolo centrale. Nel 1998, Romano Prodi si dimise solo dopo che la sua maggioranza fu bocciata in Parlamento. La scelta poi di non andare alle urne e affidare un nuovo incarico a Massimo D’Alema rientrò nelle prerogative del presidente della Repubblica di allora (Ciampi) a fronte della possibilità di costruire una nuova maggioranza (in quel caso con l’ingresso dell’Udr di Mastella). Anche Berlusconi nel 2011 si dimise solo dopo aver preso consapevolezza di non avere più una maggioranza in Parlamento. Letta, invece, è stato costretto alle dimissioni pur avendola la maggioranza che, non a caso, è la stessa che oggi appoggia il governo Renzi; la sfiducia non è avvenuta nel luogo sovrano della nazione ma nella stanza di una direzione di partito. Lo svuotamento di funzione e di sovranità del Parlamento è il più grave attentato alla democrazia, persino peggiore del non andare alle urne. Se il Parlamento non serve a nulla, se è solo una perdita di tempo, allora aboliamolo; se, come scrisse il Financial Times nei giorni del complotto contro Silvio Berlusconi, le democrazie sono «lussi antiquati che non possiamo più permetterci» eliminiamole del tutto. Risparmieremo in costi e in complessità. Diciamo chiaramente che i governi si scelgono tra Bruxelles e St. Moritz, nelle aule sorde e grigie dei burocrati illuminati e negli chalet dei capitalisti di Stato cittadini svizzeri e facciamola finita. Al contrario, se crediamo ancora che la democrazia parlamentare sia garanzia di rappresentatività per i cittadini, occorre difenderla, migliorarla e non liquidarla. Renzi deve cancellare il peccato originale con cui è nato il suo governo e può farlo partendo subito da quelle riforme costituzionali necessarie al Paese e che la sinistra ha sempre ostacolato: dall’abolizione del Senato (per superare l’impasse di un bicameralismo antistorico), all’elezione diretta del Capo dello Stato. Avrà un prezioso alleato in Silvio Berlusconi e in tutto il centrodestra. Per ora, il rottamatore è solo colui che ha rottamato la democrazia trasformandola in una fabbrica sforna-governi ad uso e consumo dei soliti poteri.

© Il Giornale, 23 Febbraio 2014 (con il titolo “Perché il bicameralismo è antistorico”)