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renzi-dalemaPer mesi se le sono date di santa ragione in pubblico e in privato. Si sono picchiati come pugili sul ring, se le sono dette come due comari in un vicolo di paese. Stiamo parlando di Matteo Renzi e Massimo D’Alema: il rottamatore e il rottamato per eccellenza. Un botta e risposta senza esclusione di colpi sui media e nelle riunioni di partito.
Renzi andava nel salottino radical-chic di Fazio a dire che “D’Alema vinceva i congressi ma poi perdeva le elezioni” e D’Alema rispondeva il giorno dopo che Renzi era un “Giamburrasca superficiale”, perché “noi le elezioni le abbiamo vinte due volte nel corso di questi anni”.
Renzi provocava D’Alema: “lo abbiamo pensionato”. D’Alema ribatteva: “Renzi è come Virna Lisi nella famosa pubblicità degli anni ’60, con quella bocca può dire ciò che vuole”. E così via per la gioia dei giornalisti.
La realtà è che l’odio tra l’anziano berlingueriano che accompagnò il suo leader ai funerali di Andropov e il giovane demitiano cresciuto a messa e Dc nasce dal fatto che i due si somigliano maledettamente: stesso cinismo, stessa spregiudicatezza politica, stessa visione egocentrica, stessa arroganza. Sono nemici perché sono uguali; è la regola del comportamento umano che il famoso antropologo René Girard chiamava “rivalità mimetica”. Vale a dire che ci si odia per imitazione: la rivalità nasce dal desiderio di essere come il concorrente e prendere il suo posto.
Ed infatti sono diventati Presidenti del Consiglio nello stesso modo, attraverso le due più clamorose operazioni di palazzo che la seconda Repubblica abbia mai conosciuto.
Non è un caso che D’Alema sia stato l’unico ad aver capito fin dall’inizio dove Renzi sarebbe andato a parare; il primo a intuire che il suo vero obiettivo non erano le primarie, la leadership del partito o un progetto di ricostruzione della sinistra, ma Palazzo Chigi, nel modo più veloce possibile; e che nel farlo non avrebbe esitato a fare fuori Enrico Letta e passare sul suo cadavere politico. E quando lo denunciava, Renzi rispondeva piccato: “non voglio diventare un pezzo di burocrazia romana. Massimo dice che logorerò Letta? L’intelligenza non gli ha risparmiato errori clamorosi”.
In realtà l’errore clamoroso di D’Alema è stato quello di aver creduto che Renzi, per andare al governo, avrebbe avuto bisogno di elezioni. Lo scorso novembre, così gli disse: “Tu concepisci il partito come un trampolino per Palazzo Chigi. Ma stai attento perché la piscina è vuota. Le elezioni non si faranno”.
Mai D’Alema avrebbe immaginato che il suo rivale lo avrebbe surclassato andando al governo senza elezioni, esattamente come fece lui nel 1998 quando il primo governo Prodi crollò sotto i colpi di Rifondazione comunista e i poteri forti, per non andare ad elezioni anticipate, che avrebbero riportato alla vittoria il centrodestra, chiamarono d’Alema, imbarcarono l’Udr di Clemente Mastella e formarono un nuovo governo che sarebbe durato un anno e mezzo. Quello di D’Alema fu il governo di Visco alle finanze, della Bindi alla Sanità, della Melandri alla Cultura e delle bombe pacifiste in Kossovo; insomma, una tregenda dietro l’altra.
Renzi è stato ancora più bravo: non ha dovuto nemmeno far sfiduciare Letta dal Parlamento; gli è bastata una riunione della direzione del Pd.
Insomma, Renzi odia D’Alema per non ammettere di essere come lui. D’Alema odia Renzi perché sa che è come lui, ma meno bravo.
I due nemici ora hanno raggiunto la tregua. Renzi ha messo nel ministero più importante del suo governo, quello dell’Economia, un uomo di D’Alema, ma anche espressione più diretta della tecnocrazia europea che controlla il nostro paese.
La tregua durerà il tempo necessario a spartirsi i prossimi nomi di sottogoverno e soprattutto le prossime nomine delle aziende centrali negli equilibri di potere del paese. Poi i due nemici/gemelli torneranno a litigare, convinti di essere uno l’opposto dell’altro. Come in uno specchio.

© Qelsi.it, 6 Marzo 2014