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Immagine 1Gli italiani sono sempre stati un popolo “euroentusiasta”. Negli anni passati tutti i sondaggi e le analisi sociali indicavano l’Italia come il paese più contento per la nascita dell’Unione Europea, per l’adesione all’euro e più ottimista sui vantaggi che tutto questo avrebbe portato in termini economici. La nostra fragile identità nazionale, la debolezza delle nostre istituzioni, la scarsa dimensione democratica della lotta politica, erano probabili spiegazioni al fatto che noi eravamo il paese più incantato dalle sirene dell’europeismo ideologico propinato a piene mani da media e intellettuali.
Oggi le cose stanno cambiando: il fallimento dell’Europa, la sua trasformazione in un Soviet burocratico lontano dai bisogni della gente, la crisi economica che sta mettendo in ginocchio il nostro sistema produttivo e distruggendo la nostra coesione sociale cambiano radicalmente il sentimento dell’opinione pubblica verso un progetto europeo visto ora come un pericolo per il futuro.
Ipsos MORI, una delle maggiori società d’analisi al mondo che lavora assiduamente con i governi europei,  ha elaborato un sondaggio sullo stato di salute dell’UE tra i cittadini di 10 paesi comunitari. I risultati sono una bomba ad orologeria piazzata a fianco dell’incapacità degli eurocrati di Bruxelles di capire cosa sta covando sotto le macerie di un’Europa ormai trasformata in un apparato sentito come ostile ai suoi cittadini.
Il 68% degli europei ritiene che l’Ue si stia muovendo in modo completamente sbagliato; e tra questi lo scontento degli italiani è il maggiore (77%) insieme a quello francese e spagnolo (76%). L’euroscetticismo dilaga anche nei paesi di più giovane adesione come Ungheria e Polonia.
Dal sondaggio, emerge che l’opinione pubblica italiana è spaccata a metà su cosa fare. Il tradizionale filoeuropeismo italico è ormai ridotto a meno della metà della popolazione (il 49%, tra chi vorrebbe dare ancora più poteri all’Ue e chi vorrebbe addirittura un unico governo europeo). Al contrario è salito al 46% il numero di chi vorrebbe meno Europa, con quasi il 21% che vorrebbe uscirne (dato impensabile solo 5 anni fa e secondo solo agli inglesi e agli svedesi).
Per gli europei, l’Europa ha un impatto negativo anche sui singoli settori strategici: economia (59%), finanza (65%), tasse (68%), agricoltura (60%), leggi e regolamenti (59%), immigrazione (59%). I dati confermano che le politiche d’austerity incentrate sull’oppressione fiscale e sull’ossessione del debito, ed il cattivo funzionamento del sistema finanziario, sono considerati i problemi maggiori.
Questo porta a dubitare sui benefici dello stare nell’Ue: il 65% degli intervistati ritiene che il proprio standard di vita sia peggiorato da quando il suo paese è entrato in Europa. Il giudizio più negativo è in Italia e Svezia.
Tra i temi più scottanti quello della perdita di sovranità: il 64% ritiene che l’Europa abbia un impatto negativo sulla capacità dei singoli governi eletti di prendere decisioni d’interesse nazionale; e sopratutto l’Europa è considerata ingiusta: oltre la metà degli europei ritiene che l’Unione favorisca i paesi più ricchi a svantaggio di quelli più poveri; questa opinione è, ovviamente, più diffusa in Spagna e Italia e meno in Germania.
Questo sondaggio è la spia di qualcosa che percepiamo ma che non riusciamo ancora a cogliere nei suoi effetti. Cammina insieme agli eventi degli ultimi mesi: la crescita in tutto il continente di movimenti dichiaratamente anti-europei; le spinte indipendentiste in Scozia e Catalogna; il referendum in Veneto di cui si è parlato in tutto il mondo tranne che in Italia.
L’Europa non sta cambiando, ma stanno cambiando gli europei. I grigi signori di Bruxelles sono lontani e nascondono dietro le risatine grottesche l’incapacità di leggere ciò che sta succedendo. Loro hanno cancellato l’Europa delle patrie e dei popoli (quella che volevano i nostri padri fondatori) per farsi l’Europa della banche e dei circoli elitari; ed ora, le patrie e i popoli provano a riprendersela.

© Il Giornale, 24 Marzo 2014