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ledeenMichael Ledeen, classe 1941, è uno conosce molto bene l’Italia. La frequenta da oltre 40 anni. Il suo nome è legato al ruolo durante le amministrazioni Reagan e Bush: dal caso Sigonella, all’attentato contro Giovanni Paolo II (fu lui ad elaborare la famosa pista bulgara di Alì Agca), allo scandalo Irangate. Esperto di terrorismo internazionale e di geopolitica, consulente del Dipartimento di Stato americano collabora con alcuni dei più importanti think tank conservatori americani.

In Italia il suo nome è stato associato a quello di Matteo Renzi, per la sua amicizia con Marco Carrai, suo consigliere economico. È vero? C’è un rapporto tra lei e il neo presidente del Consiglio?
«Ci conosciamo da circa dieci anni, quando i nomi di Renzi e di Carrai non erano noti al grande pubblico. Ci vediamo due-tre volte all’anno in Italia e in America».

Si dice che lei sia l’Eminenza grigia di Renzi presso gli ambienti che contano a Washington…
«Gli ambienti che contano a Washington raramente ascoltano me. Matteo Renzi usa canali ufficiali, non privati. Ai tempi di Bettino Craxi, io comunicavo con il vostro presidente del Consiglio su temi importanti come gli euromissili, l’America Centrale, durante il sequestro dell’Achille Lauro o la crisi di Sigonella, ma lo facevo da referente ufficiale dell’amministrazione Reagan».

Enrico Letta era uomo molto apprezzato dalle cancellerie europee, stimato da Obama, affidabile per i poteri economici e finanziari; perché, secondo lei, è stato fatto fuori in maniera così repentina?
«Perché la crisi italiana è grave e Letta non è stato considerato capace di affrontarla con sufficiente energia e visione».

Quello di Renzi è il terzo governo consecutivo, in Italia, non scelto dai cittadini. Secondo lei l’Italia è ancora una democrazia parlamentare?
«I sistemi parlamentari possono prevedere questo modo di cambio di governo. Ricordo che quando gli inglesi fecero cadere la Thatcher, il suo posto fu preso da Major che nessuno aveva eletto. Detto questo, il modo in cui Mario Monti è diventato Presidente del Consiglio non mi è piaciuto».

Ma in America sarebbe concepibile un Presidente non scelto dai cittadini e deciso in una riunione ristretta di un partito politico?
«No. Ma questo non significa che i nostri presidenti siano migliori di quelli italiani…»

In Italia ha fatto scalpore lo scoop del giornalista americano Alan Friedman, sulla fine del governo Berlusconi nel 2011 e su come la decisione di sostituirlo con Mario Monti, tecnico voluto da Bruxelles, sarebbe stata pianificata mesi prima da Giorgio Napolitano. Allora alcuni giornali inglesi rivelarono che la sostituzione di Berlusconi fu decisa nel G20 di Cannes e voluta da Draghi, Barroso e Merkel. Che idea si è fatto di tutto questo?
«Tendo a non fidarmi di ciò che la stampa inglese scrive sull’Italia; però non mi sorprenderebbe che Draghi o la Merkel volessero la fine di Berlusconi. Il punto è se avevano il potere di imporla. Ammettiamo che il complotto ci sia stato, ma se è riuscito, è perché gran parte dell’establishment italiano era d’accordo».

Silvio Berlusconi è stato uno dei più strategici alleati degli Stati Uniti, negli anni di Bush. In Italia ancora si ricorda la famosa standing ovation con cui il Congresso americano salutò il premier italiano dopo il suo discorso. Un’accoglienza non riservata ad alcun leader europeo. Donald Rumsfield ha ricordato recentemente che fu Berlusconi a convincere Gheddafi a rinunciare ai programmi nucleari in Libia; e Berlusconi fu importante mediatore tra Stati Uniti e Russia (basti ricordare la famosa stretta di mano tra Bush e Putin a Pratica di Mare). L’Italia di questi ultimi due anni è ancora considerata un partner strategico dagli Stati Uniti?
«Sì, senza dubbio Berlusconi è stato un ottimo alleato degli Stati Uniti. Ma ho perso il conto dei nostri alleati abbandonati (o addirittura derisi) dal presidente Obama. Penso a Netanyahu, a Sarkozy, ai leader polacchi e cechi. Per non parlare degli alleati strategici degli Usa in Medio Oriente, liquidati con la Primavera Araba. Bisogna anche dire, che dalla caduta del muro di Berlino l’Italia è molto meno strategica per Washington; e dopo la fine dell’impero sovietico gli Usa sono molto meno impegnati negli affari europei».

Questi 20 anni di storia italiana sono stati contrassegnati dallo scontro drammatico tra Giustizia e Politica; da Tangentopoli alla guerra giudiziaria contro Silvio Berlusconi. Lei che idea si è fatto di questo fase storica?
«Sono molto preoccupato da questo fenomeno. La politicizzazione della magistratura (che utilizza i media come arma d’assalto) deve essere combattuta in tutto l’Occidente, perché dannosa per la democrazia».

Qual è secondo lei, la prima cosa che Matteo Renzi dovrebbe fare da Presidente del Consiglio?
«No comment. Non do consigli politici a leader stranieri».

L’euro è una moneta ormai difesa solo dai banchieri e dai politici. Gli Stati nazionali hanno sempre meno sovranità e i Parlamenti sempre meno funzioni. I movimenti euroscettici sono in crescita in ogni nazione. Come vede dagli Usa la crisi dell’Europa? È un progetto finito o può tornare ad essere quello sognato da Churchill, Adenauer, De Gasperi e Schuman?
«Ho sempre detto che bisognava fare l’Europa politica prima di quella economica e monetaria. L’Unione Europea è un progetto in divenire e concordo con gli euroscettici sul fatto che Bruxelles è troppo forte. Io temo lo Stato forte, quando invade le libertà individuali e pretende di regolamentare ogni aspetto della vita dei cittadini anche attraverso un sistema fiscale insostenibile. Mi piacerebbe un’Europa più federale e meno centralizzata. Cambierà? Se gli europei si convinceranno che il progetto è un fallimento dovranno riconsiderarlo. Di certo io non spero nel fallimento dell’Europa».

© Il Giornale, 10 Marzo 2014

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